«La bellissime vie di Ferrara La gentilezza dei ferraresi»
Harald Otto Schmidt ha vissuto per quasi un decennio nella nostra città Qui ha incontrato il gruppo di Czertok esportandone poi l’esperienza
di SAMUELE GOVONI
Q. uel che resta nelle orecchie per più tempo è il rumore continuo di porte che si aprono e si chiudono. Di chiavi, serrature blindate e sbarre. La visita nel carcere di Bielefeld, cittadina della Germania a poco meno di 400 chilometri da Berlino, è un'esperienza toccante.
Il viaggio comincia una domenica pomeriggio di marzo quando, in compagnia di Horacio Czertok, Annalisa Berti e Roberto Cassoli, partiamo per raggiungere la città tedesca.
«Nell'ambito di un partenariato europeo relativo alle attività teatrali in carcere - spiega Czertok - andiamo a vedere come svolgono le proprie attività i gruppi negli altri Paesi».
Il Teatro Nucleo, e quindi Horacio, è il coordinatore dell'iniziativa che coinvolge Germania, Spagna, Ungheria, Turchia e Belgio. Dall'aeroporto Marconi di Bologna raggiungiamo Colonia, da lì con un auto percorriamo 200 chilometri e finalmente… Bielefeld. Ad attenderci c'è Harald Otto Schmid, un uomo simpatico che parla un italiano discreto. Per una decina d'anni visse a Ferrara, frequentò il Teatro Nucleo e tornando in Germania scelse di fondare Alarm Theater, uno spazio che non è “solo” laboratorio teatrale ma anche, e soprattutto, laboratorio sociale.
Il mattino seguente ne visitiamo la sede. Qui si inizia a fare il punto della situazione, si parla delle attività svolte, dei progetti in corso e delle idee future. Dopo una tappa al municipio di Bielefeld per incontrare le autorità cittadine ci allontaniamo dal centro per raggiungere l'istituto penitenziario. È lì che trascorriamo l'intero pomeriggio. Il pranzo è preparato da un gruppo di detenuti che, dopo aver seguito un corso di cucina, compongono piatti deliziosi. Un pasto completo che vale l'applauso agli chef che ringraziano con grandi sorrisi.
«E' una dimostrazione di fiducia, da entrambe le parti. I detenuti qui - spiega il direttore del carcere - maneggiano gli attrezzi del mestiere, oggetti contundenti compresi. Noi ci fidiamo e loro ricambiano comportandosi sempre correttamente».
La struttura è grande ma allo stesso tempo asfissiante. I detenuti sono circa 500, la stragrande maggioranza sono uomini ma, in un'ala separata, ci sono anche una settantina di donne. Le celle sono singole. Si entra da una porta blindata con spioncino; all'interno ci sono un letto, un piccolo tavolo, qualche foto qualche libro, un water, un lavandino e la finestra con le sbarre. Sbarre ovunque. Incontriamo una donna che ha sulla quarantina: «Dovrò restare qui ancora quattro anni - racconta - Ho provato a uccidere una persona. Mio marito è in un'altra prigione e abbiamo quattro figli, li vedo raramente».
Molti detenuti lavorano. Nel carcere ci sono officine meccaniche, falegnamerie. «In questo modo - dice il direttore - oltre che rimanere attivi, restano anche meno soli e isolati. Almeno per otto ore al giorno sono fuori dalla cella».
Prima di incontrare il gruppo che insieme a Alarm Theater svolge il corso, vediamo anche la cella di isolamento. Manca l'aria. Finalmente incontriamo i detenuti che hanno trovato nel teatro una ragione di vita, una speranza, un compagno per affrontare le giornate.
«Mettere in scena lo spettacolo dell'anno scorso - spiega un ragazzo - mi ha fatto stare bene, mi ha fatto capire che anche io sono capace di cominciare e portare a termine una cosa senza perdermi durante il percorso». La stessa riflessione è fatta da tutti. Si esprimono positivamente nei confronti dell'attività teatrale, fino a lanciare un appello: «Vi prego - afferma un detenuto sulla quarantina - portate questi progetti anche nelle vostre carceri. Aiutano le persone a dare un senso alla propria giornata, a sentirsi meglio e a credere di più in loro stessi. Quando uscirò continuerò a fare teatro».
(Nella foto grande i gruppi di teatro con alcuni detenuti)
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