Primo classificato sezione narrativa
"Nobiltà contadina", epilogo intenso e originale
In provincia il tempo passa ma le persone non passano mai. Il Biondo in provincia c’era proprio nato, e fin da bambino gli avevano insegnato che certe cose si possono fare e altre no. Per esempio quando passa un carro funebre bisogna farsi il segno della croce. Anche quando si entra o si esce dalle chiese. Anche, per esempio, se si entra in una chiesa soltanto per visitarla. Poi la genuflessione, l’acqua santa, le messe di trigesima, i colori della pasqua, il fioretto, la comunione, le canzoni suonate con l’organo. Il Biondo aveva suonato il flauto traverso per un po’, poi si era stufato. I contralti del coro erano due vecchiette con i baffi e le gonne alla naftalina sorde da venticinque anni. Però funzionava così, e il padre del Biondo gli aveva insegnato che per stare al mondo bisognava fare così. Il Biondo aveva frequentato le scuole, e quando era stato il momento di andare alle superiori, il padre l’aveva lasciato decidere in autonomia. “Sennò poi finisce che ti obbligo, e cosa pensano gli altri?”. Il Biondo si era iscritto al liceo scientifico, che raccoglieva figlie e figlie e bastardi e orfanelli di tutte le colline circostanti. Erano più di duemila studenti ogni anno, il Biondo ci perdeva la testa. Gli sembrava di essere approdato su un pianeta ostile e rumoroso, pieno di cose da scoprire e gente nuova da conoscere. Alla fine del liceo, il padre del Biondo si era pronunciato ancora: “Se non ti lascio scegliere e finisce che ti obbligo, che cosa pensano poi gli altri?”. Così il Biondo aveva scelto di iscriversi alla facoltà di Medicina, per onorare le aspettative della sua famiglia. In provincia, da dove veniva lui, il mestiere del dottore era l’unica professione che contasse qualcosa. Anche quella dell’avvocato o del notaio, ma il Biondo non si sentiva portato per la legge civile. Fare il dentista non gli sarebbe dispiaciuto, ma preferiva rimanere nel campo della medicina generica. Avrebbe cambiato in corso d’opera se si fosse presentata l’occasione. La verità era che il Biondo non aveva alcun interesse per la scienza, e l’unica cosa di cui era veramente certo era che suo padre pareva molto più preoccupato dall’opinione degli altri piuttosto che della propria. Non aveva volontà propria, ma in questa teologia negativa la sua presenza risultava comunque un impedimento, perché il Biondo si sentiva in colpa. Non avrebbe mai voluto deludere suo padre, e sapendo che il dottore era il mestiere che ogni uomo di provincia desiderava svolgere – per via dei soldi – aveva deciso di seguire quella strada. Per farlo, si era trasferito in città.
Il Biondo, due mesi dopo l’inizio delle lezioni, aveva conosciuta la Bruna. Tra tutte le ragazze misteriose e sconcertanti che gli era capitato di incrociare, tra una lezione di istologia e una di biochimica, il Biondo non aveva mai visto una vivacità dello sguardo e una profondità intellettuale tanto argute. Il suo vecchio liceo di provincia gli ricordava la muffa, messo a confronto con l’edificio in acciaio e vetro dell’università. Ogni mattina usciva dalla palazzina all’angolo con la strada che costeggia il fiume, prendeva il tram diretto verso il centro, e dopo appena quattro fermate schiacciava il pulsante scendere. Intorno all’università sorgevano bar e locali sempre affollati di studenti come lui, e nonostante al Biondo sembrassero ragazzi qualunque, sui volti scorgeva i tratti di chi è cresciuto in città, e ha qualcosa di più grigio, dentro, in fondo al petto. Lo vedeva negli occhi, sempre a mezz’asta, e nel modo di camminare spedito, veloce come un pacco celere. Il Biondo si era fatto l’idea che in città tutto succedesse, ma niente scorresse senza soluzione di continuità.
La Bruna era comparsa a una lezione di fisica circa mezz’ora dopo l’inizio delle lezioni, spalancando le porte dell’aula e inciampando in avanti. Il suo cappello di lana fatto a mano era volato sui banchi della prima fila, le cuffiette dell’iPod si erano staccate e una canzone stridula con l’accompagnamento di chitarra aveva rimbombato. La Bruna si era aggiustata il cappotto, aveva spento il dispositivo gracchiante e aveva raccolto il cappello. Poi aveva preso posto in ultima fila, proprio di fianco al Biondo. Nel giro di qualche giorno erano diventati inseparabili, si scambiavano messaggi lunghissimi e durante le pause delle lezioni chiacchieravano di libri e di cinema di mezzo secolo prima sino a perdere la cognizione del tempo. Il Biondo era molto appassionato di letteratura e di arte, anche se la sua famiglia non aveva mai favorito questa inclinazione. La Bruna invece era stata più fortunata: con due genitori insegnanti universitari, era cresciuta in mezzo a un salotto culturale. Il Biondo era molto imbarazzato, perché pensava di esserle inferiore, e nel giro di pochi giorni era tornato a studiare la letteratura latina e i poeti dell’Ottocento inglese. Qualcosa dentro di lui si era scatenato, e presto lo avrebbe portato a sentire un fuoco ardergli dentro, al centro del petto.
Il padre del Biondo la seconda domenica del mese veniva a trovare il figlio in città. Il Biondo divideva una stanza con un indiano iscritto alla facoltà di ingegneria meccanica, perciò il Biondo e suo padre pranzavano alla tavola calda – quella economica, all’angolo con la piazza più grande – e poi passeggiavano per i viali. Il padre chiedeva delle sue condizioni di salute, dello studio, delle bollette della luce e dell’acqua; ogni tanto si fermava davanti a una vetrina e fissava lo scintillio degli orologi Rolex placcati in oro bianco . Il Biondo non sapeva spiegarsi il motivo di quella contemplazione, dal momento che suo padre non aveva mai avuto nessun interesse al di fuori del suo lavoro di agricoltore. “Ho pregato San Domenico per farti passare ‘sto benedetto test d’ingresso. Sei una benedizione, non sprecarla!”. Così il Biondo si sentiva in colpa per tutto il mese a venire, e si gettava in uno studio matto e disperatissimo per non deludere le aspettative del padre. La Bruna, quando andava a trovarlo nella cucina striminzita condivisa con l’indiano, spiegava che anche lei aveva origini provinciali, e che i suoi genitori avevano deciso di continuare a vivere sulle colline. Non per questo, però, la costringevano a fare cose controvoglia. Aveva raggiunto l’età della ragione, oramai, e aveva capito che non aveva più voglia di fare cose che non le andava di fare. Anche il Biondo avrebbe dovuto fare così, gli diceva. Ma lui aveva ancora un pezzo di cuore nella sua vecchia casa, accanto a suo padre. Spesso, mentre ascoltava le lezioni di anatomia umana, si chiedeva che genere di uomo sarebbe stato suo padre se avesse ricevuto un’istruzione di alto livello. Ai suoi tempi non era stato possibile, perciò aveva seguito le orme del nonno, anche lui contadino. In provincia funziona così, il tempo passa ma le cose non passano mai. Il Biondo aveva costituito una cesura straordinaria nella storia generazionale della sua famiglia. Si sentiva molto importante, perché era il primo tra tutti i suoi cugini a essersi iscritto all’università e a sperare in un titolo di studi di grande rilievo. C’erano grandi aspettative sul suo futuro. La Bruna studiava medicina perché era libera di farlo, invece. Libera davvero. Avrebbe potuto scegliere qualunque altra facoltà, date le sue doti di eccellente studentessa, ma il medico era la sua predestinazione. Salvare vite umane, fare del bene alle persone e impiegare tutta se stessa al servizio della comunità. Per le arti e per la filosofia, che erano una parte delle sue passioni, c’era il tempo libero.
In breve tempo il Biondo si era innamorato. La Bruna aveva quel modo di camminare che solo gli angeli vestiti da persone comuni sanno fare, una leggerezza e un sorriso genuino, una parola gentile per tutti e una meraviglia autentica per tutte le cose belle del mondo. Era molto graziosa, molto desiderata dagli uomini, ma aveva scelto di stare col Biondo, che aveva il cuore acerbo ma spazioso, e sapeva ascoltarla nei momenti del bisogno. Forse è per questo che dopo un mese e mezzo di frequentazione, il Biondo si era deciso a lasciare l’università e deludere le aspettative della sua famiglia. Quando suo padre era andato a trovarlo in città, la seconda domenica di novembre, ne era rimasto sconvolto. Non sapeva che cosa avrebbe dovuto dire ai vicini, né come giustificarsi con i vecchi amici del lavoro. Tutti sapevano che suo figlio era iscritto a medicina, non poteva ritirare quello che aveva detto. Il Biondo lo aveva messo in un grave imbarazzo. Così il padre era tornato a casa con la coda tra le gambe e un impeto di rabbia difficile da controllare. I figli non vengono mai su come ci si aspetta. Ma non si era deciso a comunicare a nessuno la decisione del figlio; anzi, a dirla tutta, aveva deciso che suo figlio avrebbe proseguito la carriera accademica. Sì, avrebbe sempre raccontato questo, dal barbiere, giù alla tavola calda, alla bocciofila con gli amici, la sera intorno al tavolo della cena.
Il Biondo aveva proposto di fare armi e bagagli e partire per un giro dell’Europa insieme alla Bruna. Questa era sembrata entusiasta, e i sentimenti che provava per il Biondo per un attimo le avevano fatto dimenticare le incombenze accademiche. Dopo qualche giorno di fantasticherie, quando i soldi del padre del Biondo avevano smesso di giungere, il Biondo aveva salutato il suo coinquilino congiungendo le mani e si era messo lo zaino in spalla. Sotto casa della Bruna, aveva suonato il campanello una quindicina di volte. Poi un ragazzo era sbucato dal portone d’ingresso, gli ultimi due bottoni della camicia saltati, i capelli scompigliati e un’aria da giro del mondo in barca a vela. L’aveva sorpassato in un turbine e poi era sparito dietro l’angolo. La Bruna aveva risposto al citofono, sembrava preoccupata. Non si aspettava che il Biondo fosse ancora in città. Il Biondo intanto aveva infilato un piede in mezzo al portone, per impedire che si chiudesse, e visto che la Bruna non lo invitava a salire si era gettato dentro senza pensarci due volte. Salite le scale, era finito sul ballatoio dove si allungava il corridoio esterno. Aveva bussato con forza, e alla fine la porticina col doppio vetro e le imposte di plastica si era aperta. Di là dalla porta la Bruna se ne stava in ciabatte e in accappatoio, con il letto sfatto, le tazze della colazione ancora sul tavolo e una caffettiera sbattuta nel lavandino. Fumava ancora. Nel posacenere sul tavolino basso c’erano due mozziconi di sigarette. Il Biondo era nato in provincia, e certe cose non le aveva ancora vissute, ma con quello zaino in spalla sulla soglia della casa, si era sentito trascinare nell’abisso. Pensava di aver amato una persona intelligentissima e sensibile, e gli era bastato aprire la porta sbagliata per scoprire il triste volto della realtà. “La città non è fatta per te” gli aveva detto la Bruna, mentre raccattava un paio di pantaloni da uomo, “te lo dico come amica, sei un bravo ragazzo, ma hai troppi tarli per la testa. Sei indottrinato e bigotto come un versetto della bibbia”. Il biondo aveva pensato che forse la Bruna aveva ragione, che lì chinata in accappatoio con le pantofole sgualcite gli stava parlando come un profeta parla della venuta del salvatore. Gli uomini odiano i profeti, e li uccidono, e amano invece i martiri, ma uccidono anche loro. Perciò il Biondo aveva pensato che era triste, perché comunque si trattava di dover morire. E non sapeva se fosse stata una buona decisione quella di abbandonare l’esempio del padre, di tentare di diventare medico invece che contadino, di trasferirsi in città e conoscere nuove realtà e nuove possibilità dell’esistenza. Quel che era certo era che aveva uno zaino in spalla, e nessuno glielo avrebbe tolto. La strada era ancora lunga, davanti a lui, e anche se gli occhi gli si erano riempiti di tutto, guardando il volto della Bruna, l’aveva salutata con dignità, poi si era girato e se n’era andato per sempre.
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