Secondo classificato sezione narrativa
"La mano di Gasparino Circosta", lessico intriso di ricchi riferimenti
Gasparino Circosta aveva le gambe come due parentesi tonde. Un tempo era ossequioso con tutti: chiunque incontrava, riceveva il suo inchino. Le donne persino il baciamano. Adesso non più. Si pensava non fosse mai uscito dal perimetro del suo quartiere. “Troppo sonnacchioso, svogliato, Gasparino Circosta”, dicevano i maldicenti. Della vastità del mondo, non pareva importargli. Della sua varietà, ancor meno. Se stava fermo a rifiatare, perché vecchio, il bastone d’appoggio, le gambe incurvate, dove i bimbi passavano sotto facendo il trenino, e pure ciuff ciuff per imitarne lo sbuffo, si crogiolava ripensando al passato.
Gasparino Circosta, da qualche mese, non ricambiava i saluti, e molti si chiedevano il motivo. Perso in strani pensieri, si assentava. Con le suole rappezzate, i lacci che finivano sotto, la giacca di tweed ridotta in filacce, arrestava il passo e guardava le nuvole. Se ne stava con la testa spigolosa rivolta in alto, senza pregare. “Chiede suggerimenti”, diceva qualcuno. “Anela ad una forte visione”, sostenevano i dotti.
C’era questa via centrale che portava oltre il muro di cinta della città, che in pochi avevano valicato, perché non c’era niente: un terreno incolto, un mucchio di sterpi; più avanti, una zona stepposa; lontanissimo, un rudere. L’amico imbianchino gliel’aveva detto, ne era sicuro: oltre il muro di cinta si intravedeva un pezzettino di mare. In tutta la città, soltanto da lì. Un triangolino minuscolo, che si formava tra le facciate ed i cornicioni. Tutto il resto dell’acqua rimaneva adombrato, estraneo alla vista. “In che senso?”, si chiedeva Circosta. “Quanto piccolo il triangolino? Della dimensione di una mano? Sì, una manina che, posta in orizzontale, acchiappa una barca? Una barchetta che pare ormeggi di sopra?” Non se ne capacitava che potesse accadere, e camminava meditabondo, pestando le foglie secche. Voleva accertarsi che passasse da lì. Era convinto che avanzasse tutti i pomeriggi prima del vespro. Un tempo sfidava ogni giorno le minacce del mare, se lo ricordava benissimo. Da allora non ne seppe più niente, né un saluto né una telefonata d’auguri. Una stipula su un contratto ereditario: che poteva essere tra fratelli? Una parola data e la consueta mano ritratta. L’accordo sfumato. La questione di principio. Il punto di vista.
L’attempato Circosta, con la pellaccia screpolata ma resistente, non sapeva a chi votarsi per giungere ad un velocissimo incontro, per sapere dove s’era imbucato. Aveva persino disturbato uno strano indovino, che inneggiava al tempo passato, emulando l’aruspice, il quale declamò il fatuo presagio dopo aver studiato le interiora di un pollo.
Gli bastava soltanto un attimo. Quanto avrebbe retto ancora il cuore? Uno, due, tre anni: magari! Uno, due, tre mesi: sicuro.
Invece di svoltare per il vicolo che lo riportava a casa, s’avventurò per la ripida strada centrale, quella che alla fine mostrava il pezzetto di mare. Oltre la recinzione muraria, prima del mucchio di sterpi, c’era un dosso, gliel’aveva detto l’amico imbianchino e confermato il fioraio, che bastava mettersi sopra ed ecco che il mare appariva, come d’incanto. Adesso che lo sapeva, non poteva recedere. Col tweed sfilacciato, il bavero a coprire il collo, ché il vento si levava assai forte, s’inerpicò per la lunga via, mentre il bastone picchiava la strada. Le gambe a parentesi tonda erano derise da qualche bimbo birbante. Gasparino ne sorrideva, perché ai bimbi non si deve togliere il gusto del gioco. Il vento pareva dovesse raggelarlo, ma quella pellaccia s’infischiava delle asperità. Il pigolio degli uccelli addolciva la fatica. Il vecchio rifiatava ogni centinaio di metri, incurante della folla di gente contraria alla sua direzione, che l’obbligava spesso a scostarsi.
Addentò un kaki, che pareva zucchero liquido, ricavato dall’albero del suo giardino, verso cui alle volte fece il segno della croce, riconoscendo in quella pianta l’albero della pace. I residui della polpa gli impastavano il muso, che diventava bruno. Gasparino Circosta se lo ripuliva con la manica, sotto lo sguardo divertito dei pedoni. I rivoli sgocciolavano sino al collo aggrinzito. Qualcuno saliva sul pomo d’Adamo e poi discendeva, come superando una duna. Un bimbo osservava il percorso del rivolo, allargando gli occhi ogni volta che Gasparino deglutiva e il pomo s’ingrossava. Il vecchio vi batteva il dito di sopra e diceva al fanciullo che un pezzo di mela era rimasto incastrato. Il piccolo, intimidito, celava parte del viso dentro il cappotto di mamma.
Quando il sole s’eclissò dietro le nubi, Gasparino Circosta si ricordò che s’era d’inverno e il tramonto arrivava di fretta. Doveva spicciarsi, sennò il pezzetto di mare gli rimaneva vuoto. Accelerò di colpo e, di tratto in tratto, usava il bastone al modo dei ciechi, che fanno semicerchi per aggirare l’ostacolo. Lui lo faceva per crearsi lo spazio, vista la folla. Qualche ragazzetto dispettoso, gli ronzava attorno, irritandolo. Gasparino Circosta avrebbe usato il bastone per darglielo in testa, ma andava di fretta, ed al primo starnuto gli venne un’idea. Il modo migliore per crearsi un varco era quello di liberare un moccolo dal naso. Bastava farlo tutte le volte che incrociava qualcuno, così da non perdere il ritmo del passo. Quello che faceva era porre l’indice a destra della narice e spararlo contro i passanti che si frapponevano. Capitava di centrarli sul polpaccio, e la reazione era incredula e sdegnata fra il genere femmineo, seria e stupefatta fra quello mascolino, chiassosa e basta fra il gruppo dei poppanti. Col respiro cortissimo, quasi asmatico, arrivò al principio della strada lassù. Il muro che recintava la città era alto e diroccato. In alcuni punti pareva fosse stato preso a cannonate; c’erano dei cerchi perfetti in cui si poteva infilare. Gasparino Circosta prese a grattare la gola, al modo della raganella. Quando dopo sputava, sembrava potesse lasciare dei solchi. Superò uno di quei cerchi e fiancheggiò un pruneto, sino a risalire un piccolo dosso e voltarsi a guardare. Le enormi facciate dei palazzi celavano tutto ciò che si trovava dietro. Gasparino Circosta fu preso da sgomento: forse l’amico imbianchino s’era confuso, e pure il fioraio, non ricordavano bene. Nessun pezzetto di mare: solo tetti spioventi, antenne paraboliche, muri scrostati, terrazzi puzzolenti, cornicioni traballanti. Minuscole, là sotto, flotte di pedoni. Gasparino si guardò i piedi e volle accertarsi di non aver sbagliato dosso. Fece persino un pensiero bizzarro: che fosse sparito il mare. Tutto quanto. Che se l’era sognato. Fece un risolino, di quelli spontanei che si burlano delle scemenze. Guardò intorno e non vedeva altri dossi. “Vicino al pruneto”, disse il fioraio. “O forse no”, si chiese perplesso. Si parlava di mucchi di sterpi, non di pruneti. Lontanissimo, un rudere. Ed era lì, l’aveva avvistato. Mentre fissava l’aperta campagna, fece un passo in avanti e raggiunse la cima della piccola duna. Poi si rivoltò indietro ed il triangolo di mare apparve come d’incanto. Incredibile: era stato sufficiente un passo in più. Gasparino era basso e minuto, così se il fioraio non aveva bisogno di raggiungere la cima, lui ne era obbligato. Il triangolino era perfetto, una pennellata, disegnato dal caso in modo equilatero. I lati erano le antenne sghembe di due palazzi che, da quella prospettiva, sembravano congiunti; la base, il cornicione di un edificio in disuso. Dentro, tutto azzurro, quasi cobalto. Non gli restava che attendere la barchetta di suo fratello. Se lo ricordava bene quando prendeva la via del mare ogni santo pomeriggio. Non si vedevano da oltre trent’anni, dal giorno della successione dei beni. Quando finalmente ne apparve una, con la gran punta dell’albero di maestra, dava tutta l’illusione di volersi sovrapporre al triangolo azzurro. Gasparino Circosta iniziò a tremare dalla testa ai piedi, a sbavare eccitato, a frignare come un bambino, a saltare, a battere i talloni, a gettare il bastone a
distanza. Non era più la barchetta a remi di una volta: suo fratello aveva fatto fortuna. Si vedeva all’istante. Aveva aggiunto la vela. E dato che impiegava del tempo a sparire dietro i palazzi, Gasparino ebbe modo di placarsi e di porre la mano in orizzontale, aspettando il passaggio. Gli occhi a fessura guardavano in fondo e la mano stava a pochi centimetri dal naso. La barchetta d’improvviso pareva navigargli sulla palma, così come aveva previsto, e pareva solleticarlo, e Gasparino Circosta riprese a fare saltelli sul posto. La vide persino tentare l’ormeggio. Quando sparì davvero, il vecchio non se n’accorse, perché da quel momento i suoi occhi s’impietrirono sulla mano.
I giorni seguenti, chiunque lo incontrasse, lo guardava di sghembo, con l’occhio indagatore e la fronte arricciata. I soliti ragazzetti che in precedenza lo burlavano per un nonnulla, lo indicavano perché camminava con la palma rivolta in alto, al modo della Madonna. Poi si rotolavano a terra dalle risate, nel momento in cui la fissava da vicino, così che gli occhietti si facevano strabici; e dopo si ribaltavano fino a morire se faceva prr prr, per lanciarle pernacchie. Soltanto in un caso tornavano seri e composti, sfiorando il rispetto: quando negli occhi strabici si formavano lacrime grandi e sulla bocca pastosa buffi sorrisi.
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