Terzo classificato sezione narrativa
"Nascosta in piena vista". Testo fluido, intreccio efficace
Il Sole sorgeva piano piano, illuminando il maestoso Monte Velato e la valle sottostante e portandosi via i sogni e gli incubi della notte appena trascorsa. Arroccato sulla cima dell’alto rilievo, come una tellina su uno scoglio, sorgeva il piccolo paese di Lanuggine. Non si trattava di uno di quei luoghi montani famosi per le loro piste sciistiche o magnifici chalet. Tutt’altro. Lanuggine era un piccolo borghetto di un centinaio di anime in cui il tempo sembrava essersi fermato da quando un plotone dell’esercito dell’Imperatore Barbarossa dovette rifugiarvisi durante l’inverno.
Le mura medievali cingevano il paesello come uno stretto e grazioso foulard e la piccola torre di guardia si ergeva verso la valle. Il centro cittadino era costituito da una piazza circolare. Sul lato sinistro la chiesa di San Evaristo, protettore dei Lanuggini e sul lato destro la residenza del Sindaco. Al centro la statua del mulo Adalgiso, eroico quadrupede che aiutò a raggiungere e a mettere in salvo famiglie rimaste isolate dalla grande valanga del 1587 che separò per giorni l’accampamento dei boscaioli dal centro del paese.
La sua posa fu problematica in quanto, all’atto di decidere dove rivolgere le terga dell’animale scoppiò una vera e propria disputa. Chi suggeriva di rivolgerle verso la residenza del Sindaco perché non sarebbe stato opportuno rivolgerle verso la chiesa di San Evaristo, altri suggerivano che non ci sarebbe stato nulla di male a rivolgerle verso la stessa in quanto un parente del mulo, l’asino, era il nobile animale che tenne al caldo la Mangiatoia di Betlemme.
Ne vennero fuori mesi di discussioni accese che dilaniarono i rapporti tra vicini e famiglie. Numerosi furono i vicini che smisero di parlarsi e di salutarsi per le loro differenti posizioni al riguardo. Mariti costretti addirittura a dormire nelle stalle perché le mogli non avevano intenzione di dormire con uomini così depravati da rivolgere le terga dell’amato animale verso la Chiesa.
A questo destino andò incontro persino il sindaco, reo secondo la moglie, di voler collocar l’oggetto della discordia verso la Chiesa perché non era disposto ad averlo di fronte al Comune. Dopo una paio di notti passate all’agghiaccio tra la risatine dei suoi concittadini decise di commissionare un’altra statua, stavolta rappresentando l’eroico equino nell’atto del riposarsi seduto dopo l’ardua impresa in modo da occultare l’oggetto della contesa.
Il paese, viveva dei frutti della pastorizia, della coltivazione dei meli e della raccolta della legna.
Gli abitanti erano gente tranquilla e onesta. Si poteva incontrare gente di tutti i tipi. Dal simpatico lattaio Gastone che portava latte e sorrisi al severo ma in fondo generoso Archimede, il maestro delle elementari. Ma senza alcun dubbio, l’abitante più interessante e particolare era l’affascinante Gioia. Nessuno si ricordava quando fosse venuta a vivere a Lanuggine. Molti degli abitanti però avevano l’impressione che ci fosse sempre stata. Tutti sapevano però quanto fosse schiva. Non la si trovava mai in casa. Amava fare visite ai suoi amici all’improvviso senza avvisare per poi sparire per lunghi periodi.
Eppure era benvoluta e apprezzata da tutti perché sapeva far stare bene tutti coloro i quali avevano il piacere di trascorrere del tempo con lei. Peccato che non le piacesse farsi trovare.
La cercava Giuseppe il boscaiolo tra gli alberi del querceto, la cercava Gastone il lattaio tra le stradine, la cercava Don Domenico tra le panche della chiesetta, la cercava Agata la mugnaia tra le bancarelle del mercatino alimentare. Dispiaceva a molti non vedere Gioia spesso, soprattutto a Guglielmo, il giovane poeta, che si era follemente innamorato di lei. Pensava a lei tutto il giorno, le comprava dei fiori e le dedicava struggenti poesie d’amore. Non sognava altro che stare con lei anche solo per un instante, per immergersi nei suoi occhi colore del cielo e stringerla tra le sue braccia, come se non ci fosse un domani.
Sognava di stringerla anche nei suoi sogni, ma quando era sul punto di riuscirvi, il canto del gallo irrompeva nel sogno, svegliandolo.
E così, amareggiato, andava a vedere il sorgere del sole al di fuori delle mura, accanto alla torre di guardia, scrivendo un’altra poesia per dare sfogo al suo struggente amore.
Ad ogni occasione di ritrovo, che fosse la Festa di San Evaristo o un incontro casuale, lei era l’argomento principale di discussione. <<Ma tu hai visto Gioia, al mercato?>> chiese Roberto l’operatore ecologico a Gino il fruttivendolo dopo la Messa di Natale. Quest’ultimo, mettendosi una mano per riflettere meglio rispose:<< L’ho incontrata all’ospedale mentre stavo salutando il dottore dopo aver consegnato le arance per i bambini. Neanche il tempo di scambiare due parole e già non c’era più>>. << Io non la vedo da quando mia moglie organizzò quella cena per annunciare a parenti ed amici di essere incinta. Era seduta accanto a noi due quando mia moglie lo annunciò. Fu la prima a stringerci la mano per congratularsi” rispose Roberto.
<<Peccato sia sempre così sfuggente e si faccia vedere solo quando vuole>> rispose Gino.
Si avvicinò Rosa la fioraia e sentendo il discorso decise di intervenire:<< Scusate se mi intrometto amici. Ieri ho visto Gioia. Era in negozio quando Mario entrò per chiedermi un bel mazzo di rose bianche. Voleva chiedere la mano alla sua Regina. Questo è il bello del mio lavoro! Sentire la felicità dei nostri amici del paese e accompagnarli nei loro momenti più belli! Ero così emozionata per lui che quasi non mi accorsi che fosse entrata in quel momento anche lei. Volle congratularsi per prima con lui e con me per le bellissime rose. Dopo che Mario se ne andò, lei rimase a farmi compagnia mentre preparavo il bouchet per il matrimonio di Letizia e Carmelo. Rimase in silenzio a guardarmi. Rialzai lo sguardo dopo aver finito e non la vidi più. Non so dove sia andata>>.
<< Lo so io>> esordì Don Domenico, il sacerdote della chiesa di San Evaristo. << Cari figlioli, io ero davanti alla porta della chiesa mentre leggevo la Bibbia. Ero assorto mentre leggevo la mia lettera preferita di San Paolo quando udii dei passi. Alzai gli occhi e vidi Gioia. Era da un bel po’ che volevo parlarle e chiederle se volesse preparare il suo famoso ciambellone per la festa del paese. Le chiesi se desiderasse qualcosa. Mi guardò e rispose che le avrebbe fatto piacere che le leggessi quello che a suo dire, mi dava il sorriso. E così lessi ad alta voce. Non c’è niente di più edificante della parola del Signore! Dopo aver finito di leggere mi girai per chiederle cosa ne pensasse ma non c’era già più!>>.
<< Io l’ho vista mentre stavo dipingendo un tramonto dalla vetta della torre antica>> disse Giacomo il pittore. <<Non l’ho sentita arrivare ma rimase con me finché non l’ebbi finito, salvo poi sparire lo attimo successivo>>.
Si era formato un vero e proprio capannello di persone interessate a dire la loro sull’ultima volta che avevano visto Gioia. Il maestro Archimede disse di averla vista fuori dalla finestra della sua aula mentre insegnava. Alberto il bibliotecario, mentre leggeva << Cime Tempestose>>, il suo libro preferito.
Mentre erano ancora interdetti sul fatto che le loro storie si somigliassero tutte, come quando lo scienziato intuisce che la tanto agognata scoperta l’aveva sempre avuta sotto gli occhi, nascosta in piena vista, si avvicinò Guglielmo, il giovane poeta innamorato che aveva ascoltato la discussione da un angolino della piazza.
<< Signori, permettete?>> esordì timidamente il ragazzo. <<L’ultima volta che ho visto Gioia avevo appena finito di scrivere una poesia. Mi chiese di leggergliela e lo feci. Mi disse che era veramente bella e se ne andò. Io rimasi di sasso. Erano settimane che volevo vederla. Volevo dirle molte cose ma non riuscii a dirle niente. Volevo abbracciarla ma non feci un passo quando la vidi andare via. Ascoltando le vostre storie finalmente ho capito. Da anni noi facciamo l’errore di cercare Gioia e di invitarla per stare il più tempo possibile con lei, intristendoci quando non la trovavamo. Ma siamo stati degli sciocchi a non capire la verità. Lei c’è sempre nei nostri momenti migliori che spesso sono quelli a cui non diamo peso. Lei è tra le parole dell’omelia di Don Domenico, tra le pennellate di Giacomo e le rime delle mie poesie. Tra gli scaffali della biblioteca di Alberto e assiste alle lezioni di Archimede. C’è quando il marito torna a casa dalla moglie con un fiore. E’ tra le parole d’amore cantate dal ragazzo alla propria amata. Lei è con noi quando ci capiamo senza parlare, quando non servono le parole o ne serve una di conforto. Ci fa compagnia quando ci lasciamo dietro le sterili discussioni che ci dividono e ci dedichiamo a quello che ci unisce. Quando ci perdoniamo, quando ci sacrifichiamo per gli altri, quando pur avendo ragione la ignoriamo pur di fare pace. Gioia è con noi nelle nostre passioni, nei momenti passati in famiglia, quando siamo aperti verso quello che ci piace, quando abbandoniamo gli egoismi che ci sporcano l’anima e impariamo a stare con gli altri, vivendo fino in fondo.
Sono le piccole grandi cose che trascuriamo, le fonti dalle quali beviamo passione e condivisione con gli altri, a rendere la vita degna di essere vissuta. Trascurarle invece per inseguire Gioia a tutti i costi non fa altro che renderci tristi e ci impedisce di apprezzare i momenti in cui siamo felici e la incontriamo. Io forse più di tutti, l’ho inseguita per anni e non mi accorgevo che era sempre con me quando scrivevo. Ora che abbiamo capito, siamo ancora in tempo per rimediare>> concluse, anche con un po’ di imbarazzo il giovane.
Gli abitanti presenti restarono in silenzio a riflettere, rendendosi conto che per anni avevano cercato di stare con Gioia il più possibile, invitandola, andando a trovarla dispiacendosi ogni volta per non esser riusciti a passare del tempo con lei. Non si erano mai resi conto come invece lei fosse presente, anche se non invitata, nei piccoli grandi momenti delle loro vite, nei momenti che sembrano banali ma nel quale risplende la fiamma della vita. Tra le passioni, la bellezza e il piacere di stare in armonia con gli altri.
Si fece tardi e gli abitanti si affrettarono a tornare a casa. Ma la vita da quella sera cambiò per sempre. Gli abitanti di Lanuggine smisero di inseguire Gioia impegnandosi a fondo nelle proprie passioni e a vivere in pace gli uni con gli altri. Capirono che Gioia era in loro e non c’era bisogno di inseguirla altrove.
Il paese di Lanuggine oggi ha una vita media più alta e quasi nessuno ha i problemi di salute che affliggono noi abitanti delle città. Scienziati di tutti il mondo analizzano ancora oggi il paesello cercando di trovare qualcosa che giustifichi tutto questo. Non hanno trovato nulla. Hanno cercato nel posto sbagliato. Ciò che rende speciale Lanuggine non è tra le sue mura o all’ombra della torre antica ma nell’anima degli abitanti. Per vivere a lungo non basta occuparsi solo della salute del corpo ma anche dell’anima. Anche l’anima ha bisogno di stare a dieta, evitando le indigeste pietanze dell’egoismo, delle cattiverie gratuite e della spasmodica frenesia di avere quello che non abbiamo per essere felici, perdendoci le opportunità quotidiane che abbiamo per esserlo ma che diamo per scontate.
La Gioia non va inseguita, va vissuta. Così come hanno imparato a fare i nostri amici di Lanuggine quella fredda sera di inverno di tanti anni fa.
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