Arnaldo Benatti, il poeta della lirica giapponese haiku
È stato ricordato alla maratona di letteratura alla Biblioteca Ariostea
Basterebbero i complimenti scritti arrivati da San Francisco dal grande poeta Lawrence Ferlinghetti corredati da un disegno e quelli di Tiziano Terzani da Firenze con un'immagine di Bhaktapur in Nepal, per dare una dimensione alla poesia di Arnaldo Benatti (1941-2005). Quest'anno ricorre il decimo anniversario della sua scomparsa e sabato pomeriggio, nel corso della Maratona di poesia tenuta alla Biblioteca Ariostea dal titolo “La poesia è morta! Viva la poesia!”, è stato reso un omaggio con una lettura dei suoi versi e una breve presentazione di chi era Arnaldo Benatti. In sala, oltre alla moglie Paola Mambriani che tiene vivissimo il lume della sua poesia, tantissimi amici incontrati nel corso della sua non lunga ma intensa vita.
Un uomo che ha avuto molteplici interessi sfociati negli anni Ottanta nel contatto con la cultura giapponese, prima con la passione per il Bonsai e, poco dopo, per la poesia haiku (vedi l'altro articolo in pagina). Era diventato un vero maestro dell'haiku. Scrive il critico letterario, docente universitario e poeta Giorgio Bàrberi Squarotti a proposito del poeta ferrarese: «I tre versi degli haiku sono costruiti in modo che si concentri in essi la realtà e la riflessione, il giudizio, il concetto, l'esclamazione, il rimpianto; ma, in ogni caso, è come se sempre il poeta non tanto veda oppure senta, quanto piuttosto faccia sorgere puramente, in forza della parola e dell'armonia, le cose e gli eventi che danno un valore fondamentale nella loro brevità e fragilità all'esistenza, e, dopo, possono essere offerti al di la della propria sorte di lettore. Arnaldo acuisce il senso del tempo evocando a tratti la propria vicenda fisica di dolore e malattia. E' anche questo un exemplum valido per ogni altra esistenza, nella denuncia tanto lucida e serena della sorte dell'uomo, ed esso attraversa le stagioni».
Il primo libro di haiku è stato “Note a margine” (Corbo) scritto nel 2001; poi il secondo, “Fiori d'ortica” (Book) uscito nell'aprile del 2005, curato, sino all'ultimo giorno (il 25 gennaio 2005) nella residenza dell'Ado, con la moglie Paola; nel 2006 l'ultima raccolta, “Per vela un filo” (Empirìa), anche questa in gran parte sistemata prima di morire. Si sta poi concretizzando il progetto di una nuova pubblicazione di liriche con il titolo “L'altro lato del vento” che presenta suoi testi inediti. In quelli che il poeta chiamava "i miei magazzini", vi sono appunti, poesie, disegni, note che continuamente guardava e riguardava in un incessante lavoro di rielaborazione. Scrive Paolo Lagazzi nella prefazione di “Per vela un filo”. «Senza mai alzare la voce in un sia pur minimo atto di protesta, fino in fondo chi parla ci mostra, con estremo pudore, che anche la malattia e la morte sono parte della vita». E così nella prima pagina la dolce e struggente lirica: «A mia moglie: mi veglia mentre sogno di essere una farfalla». Benatti con le sue liriche - apprezzate anche da poeti e scrittori come Roberto Pazzi, Giuseppe Pederiali, Gian Pietro Testa - ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti e suoi haiku sono stati inseriti nell'antologia bilingue italo-giapponese “Haiku negli anni” pubblicata da Empirìa. Sue opere sono in catalogo in varie biblioteche italiane (tra le quali l'Ariostea) e anche in Giappone.
La passione per la poesia era sempre stata presente sin da giovane, poi venne “a diradarsi” per le varie vicende della vita: il lavoro come tecnico prima al Nuovo Pignone di Firenze e alla Sirti di Ferrara, gli impegni come sindacalista nella Flm (l'allora sindacato unitario dei metalmeccanici), l'attività politica nel Pci e nella Circoscrizione centro cittadino. L'intenso amore per la natura, gli alberi e la montagna, negli anni Ottanta gli fanno incontrare occasionalmente il mondo del Bonsai (è stato uno dei primi aderenti all'Associazione Emilia Bonsai di Ferrara, diventandone poi grande attivista). Quando Benatti si innamorava di una cosa voleva conoscerla sino in fondo, così fece per la cultura giapponese, l'haiku, sino ad arrivare a studiare quella lingua e a tradurre alcune liriche dal giapponese in italiano. Così scrive Benatti in una raccolta di saggi: «Ho tentato all'inizio di cogliere nell'haiku almeno l'aspetto formale, perché il suo spirito richiede, come nel bonsai, anni di pratica e approfondimento sulla cultura e la letteratura giapponese. A prima vista i tre versi di 5-7-5 sillabe sembrano una costrizione che impedisce la libertà di esprimere se stessi ed i propri sentimenti, ma lentamente, come nel bonsai, la regola diventa un aiuto ad esprimere la propria sensibilità personale perché costringe a cercare l'essenziale in ciò che si sta facendo ed induce a rispettare la natura e le caratteristiche del soggetto, poesia o albero, al quale si cerca di dare forma. (…) L'esercizio della scrittura in questa forma è diventato per me via via più importante e significativo proprio per le sue peculiarità. Ho realizzato così molti haiku più o meno vicini allo spirito originario di tale stile, e che nello stesso tempo distillano frammenti della mia vita».
La sua cifra esistenziale era “il modesto e non appariscente” nel segno della cultura giapponese, velata anche dal suo senso dell'umorismo (non mi suggere/magrissima zanzara/faccio la chemio), un pensiero profondo (per quanto breve/cantano le cicale/tutta la vita) ma sempre pronto al confronto che più che quercia capace di resistere al vento, era giunco che accetta di farsi modellare e per questo capace di resistere a forti intemperie (questa collina/per farla così verde/ quante radici). «La poesia non è altro che vita», ha scritto Gian Pietro Testa nella prefazione di “Fiori d'ortica”. E per questo Arnaldo Benatti continua a vivere (queste montagne/che mi fingo eterne/e nuvola io).
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