L’uomo misterioso che attira l’attenzione di tutti alla stazione
Ma non c’era nessuna valigia nella sala d’aspetto e sul marciapiede vuoto scivolava solo il rigagnolo dell’acqua tracimata dai vasi di gerani sul davanzale della biglietteria. In più nessun treno era...
Ma non c’era nessuna valigia nella sala d’aspetto e sul marciapiede vuoto scivolava solo il rigagnolo dell’acqua tracimata dai vasi di gerani sul davanzale della biglietteria. In più nessun treno era in arrivo e mancava quasi un’ora al successivo. Mi incuriosii e restai sulla soglia del bar a spiare la comitiva. L’uomo ascoltava la conversazione dei veterani del gruppo e si univa con cordialità alle risate. Poche volte parlò, facendo il silenzio attorno a sé soltanto con il tono garbato della sua voce. Non riuscii a carpire nulla delle sue parole. Ma notai che i suoi compagni gli prestavano un particolare ossequio. Dai modi e dai gesti, dal portamento quasi impostato, mi sembrava straniero. Approfittando della distrazione della cassiera che si mangiava le unghie guardandosi un tallone, andai a sedermi sul muretto del sottopassaggio per spiare meglio il nuovo venuto. Le lame dei binari rilucevano nel sole. L’ombra di un convoglio merci lambiva il marciapiede. L’aria si riempiva di insetti. Volteggiavano in lontananza sulla sterpaglia secca lungo l’Idrovia. Ma presto divenne vuota la mia attesa. La comitiva si era allontanata cianciando verso il serbatoio dell’acqua. Come se fosse invisibile era passata inosservata davanti all’agente della polizia ferroviaria, al portabagagli e al netturbino. Viaggiava già nell’orbita segreta che la notte rapisce i folli e li porta lontano dall’aridità del mondo per dare loro un poco di sollievo. In quell’itinerario io non potevo seguirli e abbandonai con rammarico il mio appostamento. Tornai dietro il banco. La cassiera si era appisolata. Con il mento sul petto, appollaiata sul suo sedile.
Colmai una zuccheriera, riposi una bottiglia vuota, passai la spugna sul banco. Ma pensavo ad altro. Avevo l’animo inquieto che suscita un appuntamento mancato. Fuori dalla finestra il piazzale era vuoto, infuocato dalla calura. Le persiane dell’albergo erano tutte abbassate. Le ultime biciclette dimenticate contro un palo mandavano ombre lunghe sull’asfalto. Un autobus arancione ardeva pieno di sole contro il marciapiede. I semafori sprecavano i loro colori davanti alla strada vuota. Spaziando con lo sguardo su quella desolazione, nel primo verde del prato sotto il grattacielo d’un tratto rividi la sagoma bianca che la luce radente esaltava. Era solo, con le mani intrecciate sul grembo, sembrava raccolto in preghiera, ma di tanto in tanto alzava il volto verso la stazione e si asciugava la fronte col fazzoletto sotto il cappello. Ritornai dietro la macchina del caffé, quasi per ripararmi dal suo sguardo. L’altoparlante berciava elettrico, l’ombra di un treno oscurò le vetrate e ridiede un volto alle sagome abbagliate che si attardavano sotto i pilastri. In quel momento scorsi l’uomo vestito di bianco scattare con inattesa agilità fuori dal prato, sulla ghiaia davanti al deposito biciclette e poi sugli scalini di marmo. Lo rividi sbucare dall’atrio e infilarsi nel sottopassaggio proprio mentre sul binario quattro il capostazione lanciava il suo fischio. L’espresso per Venezia stava partendo. Le ultime porte sbattevano e le poche persone che salutavano si ritraevano per proteggersi dal turbine di polvere che si alzava dalla fossa dei binari sbiancata di calce.
Diego Marani
3, continua
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