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“Hands of velvet” Colli conquista la sala

“Hands of velvet” Colli conquista la sala

Non c’è alternativa. Per valutare le esecuzioni del giovane pianista Federico Colli al Teatro Comunale Abbado l’altra sera per Ferrara Musica, bisogna partire da un binomio: le certezze e le...

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Non c’è alternativa. Per valutare le esecuzioni del giovane pianista Federico Colli al Teatro Comunale Abbado l’altra sera per Ferrara Musica, bisogna partire da un binomio: le certezze e le opinabilità. Fra le prime bisogna riconoscere che il suo pianismo è il risultato di una buona scuola e che le sue doti sono innate. In questo modo tecnica e talento diventano quell’unità che riesce a soggiogare il pubblico (il ragazzo ha dovuto concedere tre bis, tanto per intenderci). Se per il jazzman Ray Mantilla (uno straordinario virtuoso del pianismo afroamericano) è stato coniato il sillogismo “hands of fire” (mani di fuoco) mutuandolo dalla sua più celebre incisione discografica, per Colli si dovrebbe coniare un sillogismo che potrebbe accompagnarlo nella vita professionale: lui è “hands of velvet” (mani di velluto). Passando dalle certezze alle opinabilità, il principale elemento che potrebbe far discutere è il suo approccio all’interpretazione. Personalissimo, come se la buona scuola fosse servita solo da rodaggio ma poi, per lui, i sentieri da seguire sono altri, progressivi, inesplorati, insidiosi, senza padri né padrini. Lui è Colli, esegue Mozart (Sonata in Sol maggiore K 283) con suono legato e non toccatistico, adopera i pedali del pianoforte con abbondanza, canto e controcanto diventano più magma protoromantico che combinazione contrappuntistica; i suoi rallenty sono audaci, le pause espressive possono apparire come vuoti di memoria il che non è vero perché proprio gli attimi di sospensione del suono, laddove anche il silenzio diventa musica, costituiscono la sua personale concezione del Mozart pianistico mostrato a Ferrara. Non diverso è l’atteggiamento verso Robert Schumann (Il carnevale di Vienna op. 26) dove effettivamente trionfa in Colli una visione romantica del suono, vellutata e suadente, non perentoria ma affabulatoria: si prenda ad esempio la Romanza del Carnevale op 26 (secondo movimento) dove nella scrittura la poesia musicale supera di gran lunga i più bei momenti elegiaci della parola verbale: l’interprete dilata i tempi, ammorbidisce ancora di più il suono (velvet), gli umori escono allo scoperto non tanto come note abilmente gestite, quanto come anima denudata, confidente, forte della sua purezza e arresa alla dolcezza. Oppure nel quarto movimento (Intermezzo) dove alla secchezza di un grande interprete schumanniano quale Sviatoslav Richter, contrappone il suo velvet; e al perfetto equilibrio di un Benedetti Michelangeli contrappone un mirabile piano e forte 'rubato', intessendolo dentro la fabbricazione del velluto. Infine i 24 Preludi op. 11 di Alexander Scriabin ottimamente accolti da un pubblico caloroso a cui i tre bis non sono bastati per esaurire il desiderio d’avere ancora questo pianista a Ferrara.

Athos Tromboni

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