La Nuova Ferrara

Ai tempi dell’Enigma ci si divertiva con poco ma di gusto

Ai tempi dell’Enigma ci si divertiva con poco ma di gusto

In centro città il locale che ha fatto la storia negli anni ’80 Per tanta gente emozioni e ricordi che resteranno indelebili

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Uno dei ricordi più belli che conservo è una strada buia, nebbiosa, animata dal traffico modesto della domenica sera. Le famiglie che si affrettano rumorosamente verso le pizzerie, una motoretta avventurosa (e verosimilmente truccata) di un qualche mio coetaneo malato di due ruote, un clima generale di gioia interrotta, visto l’incubo della scuola l’indomani: interrogazioni, compiti in classe. Santiddio quanto sono fuori moda questi pensieri. Tra l’altro non so perché ci stia riflettendo ora, immerso in una primavera pigra, preludio ugualmente dimesso dell’estate. Forse proprio perché siamo alle pendici del Baccanale, la grande Sagra del Divertimento, quella che io chiamo Piccola Stagione, perché è così poco intima e raccolta, così ridanciana e forzatamente socializzante che non condurrà a niente di costruttivo se non un po’ di buonumore. Anche se, in fondo, noi la amiamo proprio per questo.

Tornando al presente, con tutto il suo gravame, penso che a quei tempi, per noi, l’avventura era fatta davvero di poco. Anche rientrare a casa in tarda serata dopo il pomeriggio trascorso a ballare, magari in terra “straniera”, assumeva i contorni delle esperienze epiche. Ai tempi delle superiori, la domenica pomeriggio, io e il mio complice Alessandro raggiungevamo di sottecchi una stazione poco distante dal mio paese, sperso nella campagna bolognese, per calcarci sul treno delle tredici-e-trentacinque e traghettarci a Ferrara, dove c’era questo posto, l’Enigma, il nostro Eldorado personale. Bastavano quelle giacche stazzonate sottratte ai padri e i pantaloni con la piega (perché, ricordiamoci, ai tempi in discoteca ci si andava eleganti), il clima di clandestinità a farci sentire adulti, potreste credermi? Eppure eravamo sbarbi implumi di 16 anni che sapevano un accidenti di niente. Ma non era quello che importava. Trangugiando le nostre coche annacquate, il cuore traboccante di sogni enormi, assaporavamo quella libertà facendola roteare ostentatamente sul palato. E poi, santo cielo, c’erano le Ragazze. Quelle ragazze che ci regalavano, a noi più imberbi di quanto potesse affermare la carta d’identità, le prime, sconosciute, sensazioni di smarrimento. Il resto lo faceva quella città incantata, fare qualcosa di nuovo, clamorosamente alieno, farlo con le persone a cui volevi bene. Sentirsi anche un po’ inadeguati, perché no, che è uno dei privilegi che si vietano i ragazzi di adesso, che sembra nascano imparati.

L’Enigma del tempo, poi, (qualcuno sa di che parlo), era una discoteca piccola, con minuscola pista da ballo lastricata di pannelli scuri, piano superiore caratterizzato da una balconata che girava (come adesso, peraltro) per tutto il locale e a cui si accedeva tramite due scale un po’ seventies ed un paio di banconi del bar, defilati in posizione strategica. Era la fine degli anni ’80, imperversava la techno più sfrenata e noi, o almeno io, la sopportavamo perché era il sottofondo ai nostri sogni di libertà. Non avremmo potuto immaginare una domenica migliore.

Purtroppo quel periodo finì quasi di colpo: l’Enigma chiuse i battenti all’improvviso, e voi capirete, credo, ci potranno essere diversi “posti” nella vita di una persona, ma niente potrà mai eguagliare il fascino del primo. Quanto è passato da allora, soprattutto nei cuori delle persone, credo sia superficiale dirlo. La formula del divertimento è diventata volubile, i vecchi baracconi di locali da 2.000 o 3.000 persone che andavano tanto di moda ai nostri tempi, ora fanno l’effetto (quando sono ancora in piedi) degli hotel anni ’70, moquette per terra e carta da parati alle pareti. “Il mondo si è fatto complicato”, diceva Herman Hesse. La Riviera stessa, a due passi da qui, è un format di divertimento da Tempi Antichi; da quando l’Erasmus è diventato un rito di passaggio e hanno preso piede parole come wanderlust o fernweh (qualcosa come ‘drogati di viaggi’, in inglese e tedesco). Come se il nostro tragitto sulla Terra fosse fruibile per enumerazione ed accumulo di esperienze, e non per profondità delle stesse. Tutti si spostano, tutti ciondolano per il mondo in una ricerca frenetica, fine a se stessa, ed è legittimo, è uno dei vantaggi della libertà assoluta.

Ma, tenetelo presente, quello che ricorderemo per sempre sono le emozioni; una serata illuminata con la gente giusta, soldi in tasca per bersi qualcosa e inneggiare alla Vita. Senza fare nulla di particolare, come noi ai tempi. Niente in particolare se non vivere. Succhiando il midollo. “Per non scoprire in punto di morte di non essere mai vissuti”, come diceva il poeta. Amen.

Riccardo Corazza

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