Zlatko, il croato la cui arte era quella di perdere sempre i treni
La locomotiva fischiava, le rotaie battevano sugli incastri degli scambi con un tonfo molle di ferro scaldato. Mentre un barbaglio di vetro sporco scivolava sui muri del bar, l’uomo vestito di bianco...
La locomotiva fischiava, le rotaie battevano sugli incastri degli scambi con un tonfo molle di ferro scaldato. Mentre un barbaglio di vetro sporco scivolava sui muri del bar, l’uomo vestito di bianco era riemerso sul marciapiede e continuava a correre lungo il treno ormai imprendibile. Tendeva la mano ad una maniglia che stava per toccare con la punta delle dita e che per un soffio gli sfuggì. Le falde del vestito gli volavano attorno come un mantello che da un pilastro all’altro si riempiva di sole. All’apice della corsa le gambe rallentarono, i tacchi schioccarono come zoccoli sotto la spinta trattenuta. L’ultimo vagone spazzò via un resto d’ombra dalla pensilina e con un lampo rosso si perse nella ferraglia rugginosa dell’orizzonte. L’uomo allora si fermò ansimante, si volse all’indietro con un sorriso e togliendosi il cappello si profuse in un generoso inchino. In fondo al binario, spuntata silenziosa dal sottopassaggio, la piccola folla di perdigiorno gli andava incontro battendo le mani e levando grida gioiose.
Perdere il treno: questa era l’arte dell’uomo vestito di bianco. Il biglietto da visita con cui si era presentato alla comitiva dei suoi nuovi amici. Prendere un treno è un gesto meccanico, tutti ne sono capaci. Non ci vuole niente, basta arrivare per tempo, fare il biglietto e bere un caffé aspettando che il convoglio scivoli sul binario. Appena ci si siede in vettura, ogni minuto è uguale all’altro. La partenza è finita senza cominciare. Per perdere un treno invece non c’è che un preciso istante. Arrivare un attimo prima o un attimo dopo vuol dire mancare lo scopo. Un attimo prima, il treno non è più perso, un attimo dopo, il treno è già partito. E non si può perdere un treno già partito. Perdere un treno è anche rinunciare a tutto quello che da quel treno poteva venire, è schivare una vita per viverne un’altra. Ogni treno è un viaggio ed ogni viaggio è un luogo e noi non siamo mai gli stessi da un momento all’altro. Lasciandosi naturalmente sfuggire la maniglia verso cui tendeva sinceramente la mano, l’uomo vestito di bianco diventava giocoliere del possibile: ogni treno, come ogni birillo, gli era indifferente. Quel che contava era il gesto, l’acrobazia. Naturalmente non tutti i treni erano uguali. Insomma, non era la stessa cosa perdere il locale per Codigoro e il rapido per Udine. Ma l’uomo vestito di bianco perdeva l’uno e l’altro con lo stesso stile, con lo stesso amore.
Si faceva chiamare Zlatko e diceva di essere croato. Ma parlava italiano con un accento ispanico e quel poco di spacconeria che gli restava nello sguardo ricordava davvero una scaltrezza sudamericana. Il suo incedere, il portamento fiero, me lo facevano immaginare in sella ad un cavallo. Qualcosa lo aveva appiedato, qualcuno lo aveva disarcionato. Per questo forse Zlatko inseguiva i treni. Per i pochi mesi che restò alla stazione di Ferrara infuse in noi che lo conoscevamo l’inutile coraggio di rincorrere senza remore tutto quel che ci piaceva. Nelle ore della notte, quando il bar chiudeva, anziché tornarmene a casa mi univo alla compagnia dei barboni e restavo con loro a guardare Zlatko perdere i treni migliori.
Diego Marani
4, continua
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