Giuseppe Virgili, lo scultore di Voghiera “svelato” da una tesi
Come si potrebbe interpretare l'iniziativa di una laureanda in conservazione dei beni culturali, di dedicare la sua tesi ad uno dei maggiori scultori ferraresi del Novecento, se non quella di sanare...
Come si potrebbe interpretare l'iniziativa di una laureanda in conservazione dei beni culturali, di dedicare la sua tesi ad uno dei maggiori scultori ferraresi del Novecento, se non quella di sanare in parte le trascuratezze che l'intellighentìa politica aveva riservato all'Arte e alla Cultura del Novecento? La giovane storica che ha osato tanto è Arianna Fornasari, che ha pubblicato in questi giorni un volume contenente un minuzioso studio sulla figura e l'arte di Giuseppe Virgili (Voghiera, 1894-Bologna, 1968), artista che ha insegnato plastica per 36 anni alla Scuola d'Arte "Dosso Dossi" di Ferrara, e che ha segnato esteticamente, con i colleghi Enzo Nenci e Ulderico Fabbri, un periodo storico ancora mal digerito dalle locali politiche culturali. Ne è scaturita una testimonianza storica complessa nella quale sono registrate le partecipazioni dell'artista a mostre importanti, e riferimenti episodici e bibliografici, che, d'ora in poi, dovranno necessariamente interessare chiunque vorrà dedicarsi allo studio della vita artistica di Ferrara nel primo e secondo Novecento. La vicenda artistica di Virgili inizia quando da ragazzo segue i corsi della scuola d'arte di Ferrara sotto la guida dei maestri Maldarelli, Legnani e Longanesi, per poi iscriversi e frequentare l'accademia d'arte di Bologna. Una prima affermazione lo scultore la ottiene nel 1924, vincendo il concorso per il "Monumento ai Caduti di Vergato" , nel quale colloca degli interessanti bassorilievi bronzei che raffigurano ignudi "corpi dei soldati scolpiti in sinuose linee liberty" (cit. ?) . Sono gli anni in cui la giovane scultura italiana insegue una sintesi formale-decorativa che negli stilemi decò troverà il suo naturale sfogo, coniugati spesso ad un espressionismo di matrice nordica di cui Adolfo Wildt era il massimo referente. Una situazione, questa, che si era propagata tra i migliori artisti del nostro Paese, della quale Sergio Romano nel 2000 riconosceva la portata (Il Sole 24 Ore, 17 luglio, pag.27), scrivendo che, in quegli anni «la cultura non fu né provinciale, né isolata: lo provano gli stretti legami con le correnti europee e americane e il ritorno all'ordine, dopo le ubriacature degli anni precedenti, fu il grande tema dell'arte europea di quegli anni e che persino Picasso ne fu, a suo modo, influenzato».
È su questa traccia che la studiosa ferrarese indaga con onestà, e a tutto campo, la produzione dello scultore Virgili, documentando le sue opere nel contesto in cui erano nate, svelando quei piccoli segreti che erano stati occultati per non caricare di altri significati il modus operandi dell'artista, che faceva il proprio mestiere, ricevendo commissioni pubbliche e private, partecipando ad esposizioni nazionali.
Nel dopoguerra la scultura di Virgili s’incammina verso nuove ricerche espressive, pur rimanendo per alcuni tratti legato alla sintesi poetica precedente che caratterizza i ritratti e certi suoi nudi femminili, schematizzando forme danzanti, stilizzate, a volte allegoriche ( "Il ratto d'Europa" e "La caduta di Fetonte", 1955, " Il salto del fantino", 1956, "Centauri", 1958, "Calciatori", 1966), oppure, al contrario, nega questa sua eccentrica e convulsa spazialità realizzando delle masse di materia bloccata, agitata da linee segmentate ( "Scissione" e "Amanti", 1963, "Duello" ,1962). Una vita spesa per l'arte, che Ferrara dovrà riconoscergli.
Il volume "Giuseppe Virgili - Prima ipotesi di un catalogo completo", è composto da 276 pagine e contiene più di 300 foto di opere; è edito da Liberty House, Ferrara.
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