Ellade, il batterista voluto da tutti i big
Viaggio nella ormai pluridecennale carriera di Bandini: "De Andrè e Guccini fissavano i tour in base ai miei impegni"
FERRARA. È un professionista della musica, fra i migliori d’Italia. Un batterista che ha attraversato quattro decenni di musica, spaziando nei generi sempre con due caratteristiche tutte sue: la passione e l’anticonformismo.
Quando dici Ellade Bandini pensi a live incredibili (perfino a San Siro e non ieri, ma nel 1980 con Bennato, primo artista italiano a riempire uno stadio), album che hanno fatto la storia della musica italiana, ancora la passione per il jazz e l’organizzazione di serate uniche. Ma quello di Ellade è un viaggio lunghissimo, che parte giovanissimo (è del ’46) dalle orchestre, in quelle balere che per un decennio e più sono stati il fulcro del divertimento per tutti i giovani, e non.
«Era un altro mondo - inizia il racconto Ellade -, basti pensare che solo in città si faceva musica dal vivo in 7-8 locali almeno tre giorni la settimana: mercoledì sera, sabato sera, domenica pomeriggio e sera. Le orchestre erano tantissime, non di liscio, oggi le definiremmo da ballo internazionale, perché avevano i giri completi dei balli classici, ma anche musica sudamericana e brani popolari, quelli da hit parade, compresi i primi gruppi beat. C’erano balli come madison, hully gully, tamburé e twist, gli immancabili lenti prima della pausa e poi si riprendeva con balli veloci e boogie woogie».
«Era un mondo fatto di nomi mitici - aggiunge -, come gli impresari Berti, Sidonio, Oscar Carboni (stella della musica anni ’40 e ’50) e Pirani, che organizzò i primi concorsi musicali a palazzo Massari. La musica e il juke box furono la mia salvezza: abitavo in una zona a rischio della città».
Altri tempi anche sul piano della qualità musicale?
«Indubbiamente, perché noi musicisti avevamo meno influenze. Ora arrivano troppe informazioni, penso a hip hop o alla techno, mondi troppo lontani da quelli in cui viviamo. La musica si tende a dividerla in categorie in base al genere ma dietro c’è sempre una persona normale. Poi era migliore anche la qualità della musica che si poteva ammirare: fra piazza Municipale, Montagnone e Feste dell’Unità, penso a Los Van Van, Tito Puente, Paolo Conte, Lucio Dalla, Rita Pavone accompagnata dai The Rokes con Shel Shapiro, Equipe 84. Al grattacielo ecco un altro gruppo politico ed ecco un’altra offerta musicale, poi i primi gruppi jazz, relegati in spazi minori».
Quando avvenne il salto di qualità decisivo?
«Io e Ares (Tavolazzi, ndr) iniziamo a suonare nei club, dove si avevano guadagni più alti. Neppure maggiorenne suonavo a Milano, Torino e Roma, con Janos d’Este anche all’estero, avevamo un repertorio di oltre 800 canzoni, perfino in tedesco. Quando con Ares andammo ad accompagnare Carmen Villani, brava e bella, tutto avvenne in fretta, diciamo dal ’63 al ’66. Vince Tempera, già arrangiatore di orchestre, ci inserì nell’ambiente discografico. In breve mi trovai a suonare nell’orchestra fissa del Festival di Sanremo, ancora al Casinò, ma anche per brani di successo come Io mi fermo qui di Donatello. In sala d’incisione suonai per Rocky Roberts e Wes, i produttori pensavano fossimo di colore anche io e Ares... Incisi due pezzi per i Giganti e da lì iniziai a seguirli in tour. È un elenco lunghissimo, penso a Finardi e la sua “musica ribelle”. Ci facevano suonare di tutto, anche gli spot e io mi divertivo. Capitava di registrare i provini, le cosiddette “lacche”, che poi i big rifacevano, ma nel caso di Io mi fermo qui alla fine fu tenuta la nostra prova, perché era di qualità migliore».
D’altronde ci sono turnisti o session men famosi...
«Vero, ma il lavoro era tanto e io nel ’75 dissi basta: non sapevo cosa fare. Venni contattato da Al Bano, era in crisi: fino all’80 lo seguii nei suoi tour mondiali, stavo 5-6 mesi di fila in Spagna, poi ancora per mesi in Sudamerica, in situazioni a volte disperate e più concerti al giorno: in Brasile suonai con un iguana sotto la batteria. In quegli anni visitai Australia, Canada e Nuova Caledonia, per alcuni mesi con la Cinquetti e Giacobbe andai in Corea e Giappone. Il problema è che disimparavo, acustica pessima e troppa routine».
La svolta fu con Bennato.
«Una coincidenza: ero di nuovo in crisi, irrigidito da paura e insicurezze perché avevo smesso di bere e fumare, ero meno coraggioso, praticavo meditazione trascendentale. Avevo accettato il vantaggioso tour di “Holiday on ice”, ma prima di partire inventai una balla, per fortuna senza pagare penali. Dopo due giorni mi chiama Sandro Colombini e mi chiede di andare in studio per Bennato. È un nuovo inizio, incidemmo contemporaneamente i dischi Sono solo canzonette e Uffà! Uffà!, ai primi due posti in classifica. Dopo il grandioso concerto di Milano, per il quale ci facemmo mandare da Londra l’impianto dei Pink Floyd, dico in un’intervista a Minà che prediligo il jazz ed Edoardo, molto corretto, mi disse che preferiva avere nella sua “squadra” musicisti innamorati del rock. Ma nel frattempo incisi il discoAutogrill di Guccini e tramite il suo impresario, Renzo Fantini, suonai per Paolo Conte negli anni degli album Concerti e Agua plano. Mauro Pagani mi vede e mi chiede di andare con De André e incisi dischi con Mina. Era un tale momento di grazia che De André e Guccini decidevano le date dei tour in base ai miei impegni. Poi arrivò Concato, con cui registrai 7-8 dischi, fino ai tour con Teresa De Sio e tre anni con Angelo Branduardi. Avevo la fortuna di avere buona memoria visiva: imparavo subito».
Perché ridusse l’impegno?
«A 40 anni accettavo con più fatica i nuovi arrangiatori e il fatto di avere un ‘nome’ era uno svantaggio. Era già iniziata quella che chiamo “vita accanto”, il jazz: una grande passione. In fondo suono di tutto, anche funky devo solo cambiare abito mentale, non fisico. I soldi? Li ho spesi. A volte non li volevo se non mi piaceva il lavoro, spesso davo la mia parte a chi guadagnava meno».
E la batteria?
«Sono stato un autodidatta. Fin da giovane ho pensato non potesse vivere da sola, dà grande energia o può addolcire, ma serve ad accompagnare. E io, in fondo, ho sempre preferito fare il musicista in panchina: si hanno meno responsabilità e si può imparare».
Ellade oggi...
«Ormai suono solo jazz. I prossimi sono 69: mi preoccupo di stare aggiornato e sapere che non ho più 20 anni, anche se - chiude - ho lo stesso entusiasmo e continuo a studiare, il pubblico merita rispetto».
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