La preparazione di Zlatko per perdere il treno da Bratislava
Come l’espresso notturno da Lecce, che arrivava con i finestrini spalancati, carico di sonno e di sudore. Zlatko lo perdeva con una corsetta minuta, quasi in punta di piedi. Era una scena struggente...
Come l’espresso notturno da Lecce, che arrivava con i finestrini spalancati, carico di sonno e di sudore. Zlatko lo perdeva con una corsetta minuta, quasi in punta di piedi. Era una scena struggente sotto le nostre lune trasparenti come filigrane. Dopo, ci toccava piangere. Ammucchiati nel buio, contro il muro dello scalo merci. Qualcuno accendeva una sigaretta e le braci aranciate erano fanali nella notte, stelle che invece di guidarci ci perdevano sempre più. Il numero più difficile in assoluto per Zlatko era perdere i treni in ritardo, i grandi convogli polverosi che risalivano dal Meridione, mutilati e poi ricomposti scalo dopo scalo con vagoni staccati da binari morti, pianali, cisterne ed altri carri merci. Impossibile calcolarne l’ora d’arrivo. Gli annunci dell’altoparlante aiutavano ben poco. I minuti si travasavano nel contatore come litri in un serbatoio sfondato. Quei treni attiravano il pubblico delle grandi occasioni. Venivano barboni fin da Bologna a vedere Zlatko che si allontanava come un pistolero lungo i vialetti sotto il grattacielo. Tendeva l’orecchio e aspettava. La ponderazione di quell’attesa era l’elemento essenziale di tutto il suo numero ed era senz’altro un demone a dirgli quanto doveva durare. Appena sentiva scoccare l’attimo perfetto, Zlatko si scagliava verso la stazione sbucando sul binario al primo smuoversi delle bielle. La sagoma bianca sembrava soffiata dal vento e perfino il treno, umiliato dal ritardo, così rincorso ritrovava un orgoglio. Fischiava nella notte, faceva urlare il suo ferro e torceva i binari dalla voglia di perdersi anche lui, di sottrarsi per sempre al ricatto dell’orario.
L’espresso settimanale da Bratislava delle 4 e 32 era senz’altro il treno più affascinante che passasse per la stazione di Ferrara. Sballando ogni orario, poteva arrivare anche nel primo pomeriggio. Scivolava polveroso fra i locali carichi di studenti, accanto alla littorina marrone per Suzzara-Mantova e sembrava dire: “Che ne sapete voi di viaggi!”. Per perdere quel treno Zlatko cominciava a prepararsi il giorno prima, all’ora in cui il convoglio partiva da Bratislava. Lo vedevo camminare fino in fondo ai binari, verso Pontelagoscuro, e stendersi su qualche mucchio di rottami a scrutare il cielo. Arrampicato lassù, vestito di bianco dentro tanto sozzume, sembrava un angelo che si fosse posato un attimo a prender fiato. Annusava l’aria, perché anche negli odori raccoglieva presagi. Il colore dell’orizzonte, il volo della polvere, il diffondersi d’un rumore, tutto gli parlava del suo treno, quali forze gli fossero contrarie, quali propizie. Zlatko lo sentiva nella pancia il preciso istante, scelto fra migliaia, in cui il treno si sarebbe staccato dal marciapiede rituffandosi nel vortice delle cose che si muovono. Una volta conclusi i suoi calcoli, tornava verso la stazione, scavalcava la rete dietro il deposito delle bici e andava a dormire su una panchina dei giardini sotto il grattacielo. A vederlo, buttato lì come un cadavere, si stentava a credere che si sarebbe mai rialzato. Di certo la sua anima non restava con lui: andava a rifugiarsi altrove, forse in un altro corpo, più vicina al battito caldo della vita. All’ora giusta Zlatko si svegliava, avvicinava la stazione scrutando le grandi lancette dell’orologio all’entrata, poi si allontanava di nuovo verso i giardini per prendere la rincorsa. La perfetta, composta rincorsa che ogni volta faceva venire i brividi.
Diego Marani
5, continua
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