Zavoli e la poesia: l’immaginazione è il modo più alto di pensare
A fare lezione di poesia è stato Sergio Zavoli, l’indimenticabile presidente del Premio Estense, che sabato scorso ha concluso la cerimonia del Premio Città di Rimini, una vera e propria festa...
A fare lezione di poesia è stato Sergio Zavoli, l’indimenticabile presidente del Premio Estense, che sabato scorso ha concluso la cerimonia del Premio Città di Rimini, una vera e propria festa cittadina, con lo scopo di trasmettere ciò che significa scrivere in versi: la ricerca di un senso quotidiano, dall’esperienza personale a quella condivisa. Superfluo è ricordare il livello di speranza con cui il senatore ha attraversato l’Italia dopo la Grande Guerra, realizzando cose magnifiche per il suo Paese. A tal punto che Antonio Riccardi, direttore letterario di Mondadori, nonché suo privilegiato editore, continua a riconoscerne nel lirismo la condizione della sua parte più profonda e genuina, “la bussola che lo ha reso uno dei più grandi giornalisti del secondo '900”. Dopo una lettura pubblica della vincitrice dell’edizione 2015, la ventenne Martina Abbondanza, e le parole cristalline di Isabella Leardini, ideatrice e direttrice artistica del Premio, è stata la voce serena di Zavoli a farsi largo con garbo. Nella Sala d’Onore di Palazzo Buonadrata, magnifica sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, la Leardini gli ha passato il testimone, sottolineando la necessità di un riconoscimento che sostenga davvero i giovani autori: «Un riconoscimento etico, di vera scommessa sul talento di chi non esita a mettersi in gioco e, al contempo, in grado di tutelare gli esordienti dalle speculazioni delle vanity press». Affermazioni che hanno incoraggiato Zavoli ha ripetere un’epigrafe felliniana, tanto felice quanto poco recitata: «L’immaginazione è il modo più alto di pensare. L’essere gente di mare ci ha abituati agli abbandoni dei momenti che ci piacevano di più. E noi rimanevamo con un vuoto da riempire, il lascito che la solitudine avrebbe riempito con la fascinazione prodotta, cioè la compagnia che ci facevano le nostre stesse idee».
Matteo Bianchi
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