La Nuova Ferrara

ADDIO ALLA SCRITTORE URUGUAIANO

Galeano, tifoso del bel calcio e voce dell’America Latina

«Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che abbia mai calcato i campetti del mio paese». C’è un libro che qualsiasi...

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«Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che abbia mai calcato i campetti del mio paese». C’è un libro che qualsiasi appassionato di calcio metterà sempre nella classifica dei 10 più belli mai scritti attorno al pallone: è «Splendori e miserie del gioco del calcio», pubblicato nel 1997 da Eduardo Galeano, lo scrittore morto ieri mattina a Montevideo all’età di 74 anni lo scrittore uruguayano.

Era da tempo malato di cancro ai polmoni. Galeano si è spento nell’ospedale Casmu della capitale uruguayana. Tra le sue opere più conosciute, «Le vene aperte dell’America Latina», pubblicato per la prima volta nel 1971. Il volume rappresenta un lungo reportage che attraversa cinque secoli di storia latinoamericana per raccontare il saccheggio delle sue preziose risorse: dall’oro al cacao, dal cotone al petrolio. Giornalista e saggista, oltre che scrittore, Galeano aveva iniziato la sua carriera come direttore di Marcha, settimanale a cui collaborava, fra gli altri, anche Mario Vargas Llosa. Con il golpe militare del 1973, fu imprigionato e, successivamente, costretto a espatriare in Argentina. Il suo nome finì poi nel mirino del regime di Videla, costringendolo a fuggire in Spagna, dove scrisse la famosa «Memoria del Fuoco».

Il nome di Galeano, però, resta indissolubilmente legato al mondo del calcio; tifoso del pallone ha sublimato la sua passione nell’opera «Splendori e miserie del gioco del calcio». «Come tutti gli uruguayani, avrei voluto essere un calciatore», scrive.

Ed è proprio un calciatore (italiano) che lo ricorda con commozione. «Sono triste, diciamo pure sconvolto, non me l’aspettavo proprio. Provo stupore e immensa tristezza, lo ricordo come una persona di grande spessore umano, oltre che come un campione della letteratura». Parole di Roberto Baggio che resta di sasso alla notizia della morte dello scrittore. Galeano scrisse di Baggio proprio nel libro sullo sport più amato: «Il suo calcio possiede un mistero: le gambe pensano per conto loro, il piede spara da solo, gli occhi vedono i gol prima che questi si materializzino. Tutto Baggio è una gran coda di cavallo, che avanza scacciando la gente in un elegante andirivieni. Gli avversari lo aggrediscono, lo mordono, colpiscono duro. Baggio porta messaggi buddisti scritti sotto la sua fascia di capitano. Buddha non gli evita i calci ma lo aiuta a sopportarli«.

«Non lo conoscevo personalmente, ci avevo parlato solo al telefono e mi ero reso subito conto di avere a che fare con una persona geniale - rivela l’ex giocatore di Fiorentina, Juve e Milan -. Non me l’aspettavo di finire in un suo libro. Fu il mio procuratore di allora, Vittorio Petrone, a dirmi che ero finito in una sua pagina. Per me è stato un grande onore, un privilegio assoluto, essere accostato a personaggi di altissimo prestigio». Il gol di Zico, il colombiano Carlos Valderrama, Diego Armando Maradona che «giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto». Ma siccome però il calcio può essere tragedia - scrisse Galeano - ecco l’Argentina che nel 1978 inaugurava il Mondiale allo stadio Monumental di Buenos Aires: e intanto «a pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di meccanica dell’esercito. E alcuni chilometri più in là, gli aerei lanciavano i prigionieri vivi in fondo al mare» .

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