Le origini ferraresi di Dante nell’antica stirpe Aldighieri
Un ramo della nobile famiglia estense emigrò nella sua città natale, Firenze
Ricorre quest’anno la celebrazione del 750º anniversario della nascita di Dante Alighieri (Firenze 1265 - Ravenna 1321) e, consultando gli scritti di alcuni tra i più accreditati storici ferraresi, l’attenzione ricade, sulla “sua ferraresità”.
La chiesa di Santa Maria Nuova e San Biagio (appellativo dei nostri tempi) era controllata sino dal 600, dai monaci di San Bartolo; gli stessi che, nella Ferrariola fuori porta San Giorgio costruirono un grande monastero, il quale pare accorpasse famosi marmi ravennati, d’epoca bizantina. Questi, per volere di don Antonio Domenichini, che si prodigò per far eseguire un’escavazione esplorativa nell’antica tomba degli Aldighieri, furono ritrovati in mezzo ai cocci. Inoltre, a circa un metro e mezzo al di sotto dell’allora pavimento, sui muri laterali furono reperite pitture di stile greco ma, queste, vennero celate. È il 680 quando dalle piante topografiche del Contrari viene confermata l’esistenza di una Santa Maria in Lacu che, divenne Santa Maria ad Nives, nel 1182. Sino a quel momento, la chiesa, rimase sotto la custodia dei monaci di San Bartolo.
Non dimentichiamo che, nel 1911, durante i lavori fognari nell’attuale via Garibaldi (un tempo via Sabbioni), fu portato alla luce un tratto di strada romana, perciò la chiesa di Santa Maria Nuova, oltre ad essere uno dei più antichi monumenti cristiani della Diocesi ferrarese, si erge anche nella parte più antica della città ed è proprio qui, in un luogo sacro, in un’antica ansa del Po che, sono stati sepolti, gli antenati del “Sommo Poeta”.
Gli Alighieri, anticamente Aldighieri, furono una nobile e rinomata famiglia di Ferrara, la quale lasciò uomini illustri e, dalla quale, un ramo, trasferitosi in Firenze, diede origine alla stirpe di Dante. Nel 1189 Alberto ricopriva un incarico importante, era Console. Albertino riconciliò l’“imperadore” Arrigo con la Città di Ferrara, per le sue doti di saggezza, come ci riferisce il Guarini. Giovanni fu monaco miniaturista, come riporta il Cittadella. Di lui, infatti, presso i padri Carmelitani di San Paolo, era conservato un lavoro in cui erano miniate alcune scene (autenticate con Gio. Alighieri da Ferrara Monaco, nell’anno 1190) tratte dalle Eneidi di Virgilio. Giacomo, sotto il comando di Niccolò d’Este, fratello del marchese Rinaldo, si distinse nella battaglia di Consandoli del 1332, rimanendo prigioniero del figlio del Re di Boemia, Carlo. Paolo era anch’egli un guerrafondaio, al servizio del marchese Obizzo VII d’Este. Girolamo fu allievo del medico Antonio Musa Brasavola.
Dante, nacque, come s’accennava, da quel ramo ferrarese trasferitosi in Firenze. Questo sentimento riconoscente alla linfa primitiva fu espresso da Dante stesso nel XV canto del Paradiso, il cui verso recita: “Mia donna venne a me di Val di Pado e quindi il sopranome tuo si feo”. Questo, è apposto sul fronte della chiesa di Santa Maria Nuova e San Biagio. L’amore ed il governo di Firenze furono le disgrazie che lo colpirono e lo traviarono nella vena poetica, tanto, da non permettergli d’esser riconosciuto in vita come il più famoso poeta che abbia narrato nell’italiana favella. Durante il suo esilio, a Ravenna, scrisse Le Satire ma, la sua opera più straordinaria rimane La Divina Commedia.
Sui Fontanesi, citati nella lapide apposta in via Capo delle Volte, si sa solo che erano tre ferraresi, molto vicini ai marchesi d’Este.
Ferrara quindi, è patria della nobile Famiglia degli “Allighieri” (dal Cittadella), da cui prese il nome l’altissimo poeta. Giovan Maria Filelfo fu l'unico ad affermare che, delle 14 ambasciate sostenute dal poeta, una era stata a Ferrara, prima del 1300, quando anche gli Estensi erano di parte Guelfa. Cinquant’anni dopo la sua morte, Benvenuto da Imola (riferisce il Rambaldi), spiegava il poema all’Università di Bologna ed anche il Boccaccio, come vedremo più avanti, ne conferma la discendenza. Esiste infatti una prova inconfutabile, un rogito d’investitura del 1083 (pubblicato dal Fantuzzi) dove Aldigiero degli Aldigieri abitante in parrocchia Santa Croce a Ferrara, era figlio di Aldigiera degli Aldigieri che, fu moglie di Cacciaguida.
Tornando al Boccaccio, nel suo Trattatello in laude di Dante edito da Garzanti nel 1995 ed anche da Rizzoli e Signorelli, scrisse: “...e visse un cavalier per arma e per senno spettabile e valoroso, il cui nome fu Cacciaguida, alla quale nella sua giovinezza, fu dato dai suoi maggiori in isposa, una donzella nata dagli Aldighieri di Ferrara...”. Siccome le donne sogliono essere vaghe di fare, le piacque di rinnovare il nome di suoi passati e, nominollo Aldighieri, comeché il vocabolo poi per detrazione di questa lettera -d- corrotto rimanesse Alighieri. Il Benvenuto Rambaldi, già citato, dà una lunga spiegazione in lingua latina del verso “Mia donna venne....”, la stessa che riferisce il Boccaccio, mentre il conte Camillo Laderchi, il quale visionò il rogito del 1083, disse d’esser documento di grande importanza. Peraltro era conservato nell’Archivio segreto del Municipio. Esisterebbe infatti, un inventario dei libri e dei volumi conservati nella biblioteca del palazzo Ducale di Borso, il quale comprenderebbe un estratto riguardante i codici danteschi. La data del 1467 è quella con la quale comincia questo documento, che reca l’autografo del bibliotecario di corte, Pellegrino Prisciani.
Anche Dante fu accusato di plagio da Luigi Grotto detto il Cieco d’Adria, il quale frequentava sia Giulio Benalio che, l’ambasciatore degli Estensi ma, riguardo alla sua asserzione nella quale attribuiva il poema dantesco, ad un’idea del cordovano don Giovanni de Mena, detto il Castigliano, nato nel 1412, si sbagliava di grosso, poiché fu il Mena a studiare l’opera di Dante e, non il contrario. Sarebbe stato diverso se l’idea fosse stata carpita dalla relazione di scritti del monaco di Cassino, Alberico, vissuto intorno al XII secolo, il quale, per logica, precedeva il poeta.
Persino l’abate Ricard, voleva convincere gli studiosi che sarebbero stati: Platone e Plutarco, le fonti dalle quali il Sommo Poeta avrebbe attinto. Ad oggi però, sono troppi i documenti inconfutabili che, rendono la sua opera autentica.
I monaci benedettini di Montecassino, nel 1865, fecero stampare il codice cassinese de La Divina Commedia. Questo è un manoscritto, contenente un inserto redatto dal figlio di Dante, Jacopo.
Personaggi estensi
“Quel da Esti” era Azzone da Este e, nel V canto infernale, viene chiarita secondo gli antichi qual era la posizione dell’anima. Per Epicuro era nello stomaco, Ippocrate la segnalava nel cervello, gli stoici la volevano nell’involucro del cuore mentre, per Empedocle, era nel sangue. Altro estense menzionato fu Azzo VIII d’Este che, ebbe la figlia di Carlo II d’Angiò, per la somma di tremila fiorini o centomila fiorini, come riporta il Boccaccio.
Nel XII canto dell’Inferno vi è Obizzo d’Este, marchese di Ferrara e della Marca di Ancona. Secondo Dante fu ucciso per soffocamento, dal figlio naturale, Azzo VIII, nel 1293, poiché s’era macchiato di peccati contro a famiglia. La vera causa della morte, però, non fu mai chiarita. Il XVIII canto narra della punizione che devono subire i colpevoli di frode contro chi non si fida. A Bologna vi era un notabile, certo Venedico Caccianemici dell’Orso (1228-1301) che, per denaro,pare abbia dato la sorella ad un marchese d’Este, tanto da ammetterlo. Obizzo d'Este s’era invaghito appunto, della moglie dell’esiliato ferrarese, Niccolò Fontana, Ghisolabella,la quale, venne condotta dal marchese. Nel Purgatorio compare la moglie di Nino Visconti, Beatrice d’Este, la quale era rimasta vedova e, poi, s’era risposata e, nella chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, vicino a Castel Sant’Angelo, a Roma vi sono le prove dell’effettiva esistenza del Purgatorio.
Il Paradiso.
Nel Paradiso, Dante esprime la sua visione della vita e, teorizza l’amore. Ma una miriade di domande ci assalgono: se tutti i personaggi citati da Dante hanno avuto rilevanza storica, perché Re Artù sarebbe una leggenda? Non dimentichiamo che nella pavimentazione della Cattedrale di Otranto, “l’albero della vita” racchiude anche l’immagine di Re Artù... E se Dante avesse attinto dalle fonti dell’abate di Cassino? Allora Re Artù sarebbe vissuto veramente, come ci confermano gli studi effettuati nella Cattedrale d’Otranto tra il V ed il VI secolo. La visione del Dio-Amore chiude il poema e Dante ce lo trasmette con questa frase: “Amore che move il sole e l’altre stelle”... ma un viaggio a Glastonbury chiarirebbe tutto.
Mirella Golinelli
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