Nel negozio di Mario si servono anche i ricordi
Quando sul Listone c’era la Littorina e i bambini a sette anni andavano a bottega «Il padrone mi chiedeva di fischiare perché non mangiassi di nascosto»
di ALESSANDRA MURA
La chiamavano “Littorina” perché sembrava un treno appoggiato nel bel mezzo del Listone, con le sue pareti di pietra bucata che facevano scoppiate le uova in estate per il caldo e gelare l’olio d’oliva d’inverno quando il termometro andava sottozero. Prima della guerra, per consentire i lavori di riqualificazione di San Romano, era nata come soluzione temporanea per ospitare le botteghe in restauro, ma i bombardamenti la resero “quasi” definitiva.
È a quel tempo, nel 1941, che Mario Verbari di anni sette e mezzo, cominciò il suo servizio di garzone. «Eravamo poveri, si sbadigliava per la fame - racconta dietro il banco del suo negozio di gastronomia “Gran Gourmet Mario” di via Arianuova - Mia madre mi disse: . L’è ora c’at pizi su quel, va a far al budghin». Mario è un pezzo di memoria di una Ferrara ormai scomparsa. Mentre mostra le immagini storiche della città, con quel casermone in piena piazza così surreale da sembrare un fotomontaggio, ricorda quando si presentava alle 8 e tirava avanti per 12 ore a «spazzare, pulire, portare la spesa a casa dei clienti, perfino al bordello di via Volte dove facevo arrabbiare le signorine. C’erano i barili di acciughe e aringhe, i baccalà e gli stoccafissi appesi ai ganci. Arrivava il lardo a blocchi interi che andava disteso a terra, salato e tagliato a pezzi».
Mentre ripercorre i suoi anni lontani, Mario resta ben ancorato al presente con il continuo via vai di clienti affezionatissimi nel suo negozio. «L’ho aperto nel 1957, il 17 dicembre, mi ha portato fortuna. I primi anni è stata dura rientrare dal prestito, ma grazie al sostegno di mia moglie Iliana che preparava ottimi piatti pronti, ce l’abbiamo fatta». Ma la strada da garzone a proprietario è stata lunga e difficile. «Ho potuto studiare solo fino alla quarta elementare, in casa su 11 fratelli sono sopravvissuti solo quattro, allora era la prassi che ragazzini di sette-otto anni fossero avviati a lavorare a bottega per due lire. Il padrone mi chiedeva di fischiare per paura che mangiassi qualcosa di nascosto».
La Littorina occupava metà Listone, nell’altra metà invece trovava spazio il mercato della frutta e della verdura: «Era un bel vedere, con tutti quei colori - interviene il signor Clemente, uno dei clienti abituali di Mario - Abitavo a Corlo e venivo a Ferrara tutti i giorni in bicicletta. Una mattina del 1943 dovevo andare a comperare una penna alla Cartoleria sociale di corso Martiri, e ho visto i morti fucilati dai tedeschi la notte prima, esposti ancora davanti a tutti. Per diverse notti non sono riuscito a dormire». Quando passava “Pippo” (così era stato ribattezzato l’aereo da bombardamento che faceva incursioni notturne a volo radente) si correva al rifugio: «Erano anni terribili - conclude Clemente - Ma erano anche tempi di solidarietà vera, e la gente aveva la capacità di essere felice con poco. Si aggiustava tutto, io facevo lo stagnino e mi toccava riparare perfino i vasi da notte, non si buttava via niente. Ma che sapore avevano i biscotti fatti in casa! E all’uscita della Messa, la domenica, il suono delle campane sembrava dire “ca-plit, ca-plit”. Era finalmente arrivato il momento di mettersi a tavola e mangiare un piatto di cappelletti in brodo».