Oggi nessuno vuole ricordare il mistero dell’espresso 754
Alla fine d’agosto il suo vestito bianco era ridotto a uno straccio. Lui lo portava sempre con la stessa eleganza. Senza far caso ai gomiti sdruciti, alle ginocchia logore. Il tessuto gli pendeva...
Alla fine d’agosto il suo vestito bianco era ridotto a uno straccio. Lui lo portava sempre con la stessa eleganza. Senza far caso ai gomiti sdruciti, alle ginocchia logore. Il tessuto gli pendeva duro e sporco dalle spalle più simile a una corazza che a un indumento. L’orlo dei pantaloni, calpestato dai tacchi, si era lacerato in una frangia di lembi raggrumati che strisciavano per terra come penne infangate. Ma dopo ogni numero Zlatko non mancava mai di eseguire il suo inchino con la consueta signorilità volgendo il Panama tutto schiacciato verso il pubblico festante.
Nessuno sapeva dove andasse quando si allontanava dalla stazione. Non che il vagabondo cercasse di nascondersi o di sottrarsi alla compagnia. Semplicemente, un passo dopo l’altro camminava via. Senza che si fosse mai preso la briga di spiegarlo agli altri, c’erano delle ore che lui considerava insignificanti, indegne della sua allerta. Qualcuno gli attribuiva una vita segreta, addirittura una donna che lo ospitasse in un lussuoso appartamento del centro. Ma io facevo fatica a vederlo sdraiato su un sofà, fra crinoline e porcellane, ad intrattenere rinsecchite bellezze in cambio di ospitalità. Zlatko non poteva accontentarsi di così poco. Un tormento ben più grande doveva nutrirlo per essere capace di tanta stravaganza. Fu per caso che scoprii il suo rifugio. Nelle mie passeggiate domenicali, malgrado i suoi squallidi paesaggi, spesso raggiungevo le rive dell’Idrovia, verso gli opifici di Pontelagoscuro. Fra i capannoni di fabbriche spente e i casotti di lamiera ondulata accanto a qualche orto clandestino avevo scoperto un campo di rottami e mi divertivo ad esplorarlo. Fu lì che da un autocarro mezzo affondato nel fango secco vidi uscire Zlatko. Seduto sulla riva, lanciavo sassi nell’acqua quando i nostri sguardi si incrociarono. Mi alzai in piedi, come per scusarmi dell’intrusione. Allo stesso modo di sempre, lui si toccò il cappello in segno di saluto, saltò giù e si allontanò, bianco come un gabbiano fra i relitti di vecchie automobili. Quel luogo così tetro, al suo apparire era divenuto d’un tratto accogliente. Ci tornai ancora, senza però avvicinarmi troppo al relitto dell’autocarro. Restavo sulla riva, fingendo di passeggiare. Zlatko lo sapeva che quello era il mio modo di rendergli omaggio e forse per ricambiare, quando ci incontravamo, al consueto cenno col cappello aggiunse un breve inchino dei suoi. Quell’uomo cencioso fra i rottami arrugginiti suscitava una tristezza da far paura, ma tutto in lui era intatto, pulito. Stava dentro a questo mondo senza toccarlo, senza sporcarsene, perché in realtà non viveva qui, ma altrove, nel tempo a venire in cui per gioco si tuffava. E forse è la che è tornato da quando scomparve lungo i binari nella luce liquida di un pomeriggio di settembre. Ma nessuno oggi vuole più ricordare il sinistro mistero dell’espresso 754 da Crotone che arrivò a Ferrara con vent’anni di ritardo.
L’avevamo capito fin dalla tarda mattinata che era successo qualcosa. Il capostazione si era chiuso nella sala comando con due tizi in borghese dagli occhiali scuri. Tutti i ferrovieri aspettavano fuori. Passeggiavano davanti alla porta con le mani in tasca ed il cappello tirato sulla nuca.
Diego Marani
6, continua
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