Rosa di fuoco, i tre petali Ecco le opere da riscoprire
Parla Tomàs Llorens, curatore dell’esposizione a Palazzo Diamanti e ci indica capolavori di Picasso e Gaudì: ecco perché vale la pena venire qui
di FABIO TERMINALI
«Venga con me, le mostro e le spiego le tre opere per cui vale la pena di venire qui a Palazzo Diamanti". La cortesia di Tomàs Llorens, il curatore dell'esposizione dedicata al modernismo catalano, è pari alla sua estrema competenza in campo artistico. Ce ne avvaliamo per approfondire i tre petali della rosa di fuoco che maggiormente rappresentano le sezioni in cui la rassegna è stata impostata. Non le opere più conosciute, e questo è un motivo ulteriore per non farsi sfuggire nulla delle parole dell'esperto.
Antoni Gaudí, “Chiesa della Colònia Güell, interno”, 1908-10
«Si tratta di un carboncino, acquerello e gouache su carta eliografica - premette Llorens -. È in pratica la bozza preparatoria che anticipa la realizzazione di una chiesa che era stata commissionata a Gaudì dall'imprenditore Eusebi Güell nel 1898. Quello che vede è uno dei tanti modelli disegnati per l'occasione, poiché la costruzione dell'edificio iniziò dieci anni dopo. Qui emerge un tipo di architettura che vuole innalzarsi, quasi uscendo dalla storia, e attingere qualcosa di soprannaturale sulle ali dell'entusiasmo».
La chiesa, per la cronaca, rimase incompiuta dato che i figli del committente si rifiutarono di proseguire i finanziamenti al costoso lavoro. Oggi, poco fuori Barcellona, è in piedi solo la Cripta, che in realtà non si trova sottoterra, diventata patrimonio dell'Unesco a partire dal 2005.
Pablo Picasso, “Bozzetto per un manifesto per il carnevale”, 1899
«Picasso non aveva ancora vent'anni quando compose questa matita e olio su carta - ci dice Llorens -. Giovanissimo, nei caffè di Barcellona, dove visse fino al 1904, trasse gran parte della sua ispirazione artistica, spinto dall'euforia di un periodo di grandi trasformazioni, sia urbanistiche sia sociali. È l'epoca, anche in Catalogna, della nascita dello spirito pubblico, di una città metropolitana che da statica si fa tentacolare. Un periodo - prosegue il curatore della mostra di Ferrara Arte - contrassegnato dalla proliferazione delle immagini, anche nel senso di pubblicità commerciale diffusa». Picasso si inserisce in questa temperie e offre un contributo al carnevale di Barcellona del 1900: inizia un nuovo secolo, c'è gioia, voglia di vivere, tante aspettative.
Pablo Picasso, "Povertà (I miserabili)", 1902
Cambio radicale di scenario, nella stessa Barcellona. «Il richiamo nel titolo dell'opera - spiega Llorens - è naturalmente al noto romanzo di Hugo. La capitale catalana all'inizio del Novecento è nel pieno di una fase di grande espansione economica. Ma anche di grande di enormi contraddizioni: le campagne vengono distrutte, la povertà le attraversa. Ecco il nostro artista che rappresenta figurativamente le baraccopoli e i disgraziati che le abitano: persone addolorate, mortificate, ritratte quasi sempre a figura intera e sullo sfondo il colore blu». Poi la rivolta repressa del luglio 1909, la “settimana tragica”. Anche questa fu la Barcellona di Picasso e Gaudì, anche questo è Palazzo Diamanti, fino al 19 luglio.