È sparito l’espresso da Crotone: la salvezza dipende da Zlatko
Poi avevamo sentito una sirena. Un’auto blù aveva frenato rumorosamente davanti allo scalo merci lungo Via San Giacomo e ne erano corsi fuori due uomini dagli occhiali scuri e dai profili duri come i...
Poi avevamo sentito una sirena. Un’auto blù aveva frenato rumorosamente davanti allo scalo merci lungo Via San Giacomo e ne erano corsi fuori due uomini dagli occhiali scuri e dai profili duri come i colletti delle loro camicie. I carabinieri erano arrivati dopo. Con i mitra e i giubbotti antiproiettile. Senza far rumore si erano radunati davanti all’edicola. I graduati fumavano e parlavano sottovoce fra di loro. Il capostazione aveva le chiazze di sudore sotto le ascelle quando aprì di scatto la porta della sala comando. Chiamò un nome ed un ferroviere corse. I due tizi con gli occhiali scuri vennero ad ordinarci birre e panini, poi si richiusero dentro. All’una non era ancora successo niente. I carabinieri si erano tolti il casco ed avevano abbassato i mitra. Guardavano in continuazione l’orologio. I primi pendolari che approdavano in stazione scendendo sudati e stanchi dai vecchi locali di legno sfilavano intimoriti davanti alle divise kaki. Si dissipavano guardinghi lungo il piazzale, staccando una ad una le biciclette dal groviglio del deposito. Poi trapelò la notizia. L’espresso 754 da Crotone, atteso per le 12.02, era sparito.
“Non se ne ha più traccia!” mormorò alzando le spalle il ferroviere che era venuto a dircelo.
“Dapprima s’era pensato ai terroristi” aggiunse affacciandosi al vetro, “ma i terroristi non sono mica capaci di portar via un treno! Semmai lo fanno saltare in aria!”.
Per l’emozione, la cassiera si era rimessa le scarpe. Con quell’affollamento le scorte del bar si erano presto esaurite. Panini, biscotti, bibite, gelati: non restava più nulla, solo i liquori. Perfino le cioccolate più secche, sciolte e indurite mille volte dal sole nella vetrina erano andate vendute e gli scaffali di vetro completamente vuoti davano alla stanza una luce diversa. Passammo lunghe ore in silenzio. Nel primo pomeriggio un rumore di elicotteri rimbombò sopra di noi.
“L’hanno cercato anche di lassù! Ma niente! Cristo! Ci sono quattro nostri colleghi su quel treno!” ci aggiornò il solito ferroviere entrando di corsa nel bar. Indicava il soffitto con il cappello e scuoteva la testa. Dalla sua voce trapelava il sollievo di chi ha schivato una disgrazia e nutre per questo la colpevole paura di cadere vittima di una ancora peggiore. Bevve una grappa dietro l’altra. Era tutto quello che potevamo servirgli. Restò appoggiato al banco con lo sguardo avvizzito ad aspettare assieme a noi quel che doveva succedere. Ora i carabinieri ispezionavano i binari. Vagavano chiamandosi sotto il sole cocente. La porta della sala comando si aprì ancora una volta e tutti i ferrovieri accorsero. Il capostazione si fece largo alzando le braccia. Camminava guardando fisso davanti a sé, scortato dai due uomini con gli occhiali scuri. Attraversarono l’atrio ed entrarono nel bar. Cercavano me. Lo capii dagli occhi dei ferrovieri affacciati alla vetrina.
“Lei sa dove trovare quell’uomo?” mi chiese il capostazione con l’angoscia in fondo alla gola. Mi infastidì l’idea di rivelare il rifugio di Zlatko a quella folla prepotente. Ma sentii che non potevo sottrarmi.
“Credo di sì” risposi.
“Allora presto, venga con me!”.
Diego Marani
7, continua
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