“Uno, nessuno e centomila” La Pandurera chiude il sipario
L’opera di Pirandello in scena questa sera, ultimo spettacolo della stagione La ricerca dell'identità personale in una chiave molto particolare
Una delle opere più belle questa sera alle 21 al Centro Pandurera: “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello. In scena, Roberto Trifirò, Federica Armillis, Laura Piazza, Alessandro Tedeschi ed Emanuela Villagrossi. Le scene e i costumi sono di Barbara Petrecca e il disegno luci di Toni Zappalà. Drammaturgia e regia Roberto Trifirò. L’opera di Pirandello che più si occupa dell'Io e del il suo rapporto con gli altri è senz'altro "Uno, nessuno e centomila" che segue la ricerca dell'identità personale di un uomo, Vitangelo Moscarda, dalla prima consapevolezza fino alla conclusione provvisoria. Nel romanzo il protagonista narra le vicende del “male” esistenziale della propria passata storia terrena e del “rimedio” messo in atto per trasfigurarla. Distruggere i centomila estranei che abitano in ognuno, le centomila opinioni che gli altri hanno di lui diventa per Moscarda una missione, un’ossessione che sgretola la realtà nell'infinito vortice del relativismo. Il protagonista racconta la frantumazione della propria identità a partire da una banale osservazione sul suo naso compiuta dalla moglie e dalla conseguente apparizione, nello specchio, di un Moscarda dal naso storto, un doppio inquietante perché finora sconosciuto alla sua coscienza. Chi era colui? Nessuno. Un povero corpo, senza nome, in attesa che qualcuno se lo prendesse. «Prosegue con “Uno, nessuno e centomila” la mia ricerca sull’opera di Pirandello - dice il regista - Partire da un testo letterario, come in questo caso, ha richiesto come primo passo una scrittura scenica pronta a modificarsi, a trasformarsi nel corso delle prove, principalmente nell'atto della traduzione corporea dei cinque personaggi che agiscono sul palcoscenico. Lo spazio nudo, con un boccascena rifilato di nero, quasi incorniciato, un fondale trasparente, e gli elementi scenici che, magrittianamente, calano dall’alto, permea di onirismo la pièce dandone una visione espressionistica». «Il protagonista Vitangelo Moscarda si presenta come una paradossale antitesi moderna di Don Chisciotte: alimenta quella che appare come una malattia attraverso un'implacabile lucidità visionaria, che coincide con l’accanito strumento della “riflessione”, del ribaltamento di prospettiva, dove però l’antieroe non riesce a compiere la fuga definitiva - nell’universo che agli altri appare quello della follia - oltre ogni possibile purificazione che lo riconduca indietro, rinsavito e guarito.Privilegiando la propensione ad analizzare ed esasperare il lato emotivo della realtà, rispetto a quello percettibile oggettivamente e a sollecitare gli occhi dell’anima».
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