La verità data da Zlatko: “Il tempo non è uguale dovunque”
Il capostazione mi prese per un braccio e mi scortò verso l’auto blu. Tutti i ferrovieri ci seguirono. Si assieparono attorno all’auto che sbatteva da tutte le portiere. Accorse altra gente, qualche...
Il capostazione mi prese per un braccio e mi scortò verso l’auto blu. Tutti i ferrovieri ci seguirono. Si assieparono attorno all’auto che sbatteva da tutte le portiere. Accorse altra gente, qualche soldato, bambini mai visti che raccoglievano cicche e tappi di bottiglia. I loro volti senza espressione si riflettevano sugli occhiali neri della mia scorta. I carabinieri li spingevano via. Partimmo a tutta velocità con la sirena spiegata verso viale Po. Raggiungemmo il campo di rottami e scendemmo ai piedi sulla riva dell’Idrovia. Camminai da solo fino all’autocarro.
“Hanno bisogno di lei” gridai verso il relitto tenendo una mano davanti agli occhi per proteggermi dal sole. Dopo qualche momento Zlatko si affacciò e mi fissò a lungo. Poi scomparve. Spuntò dall’altro lato. Era andato a prendere il cappello. Aspettò che mi avviassi per seguirmi.
Alla stazione era scoppiato il finimondo. I carabinieri trattenevano a fatica la folla che veniva a chiedere informazioni sul treno. “Ritardo indefinito” stava scritto sul pannello degli arrivi. Agli sportelli della biglietteria gli impiegati aprivano le braccia, consigliavano di rivolgersi al comando. Ma l’ufficio del comando era sprangato e protetto dai carabinieri. Fummo scortati dal capostazione. Dietro la sua scrivania, l’ometto si sbracciava a dare ordini ed a sollevare i telefoni che squillavano in continuazione. Ci venne incontro lasciando la cornetta sul tavolo. Prese Zlatko per il braccio e lo trasse verso la finestra. Io e gli uomini dagli occhiali scuri restammo in disparte. Loro guardavano dove volevano, perché avevano gli occhi nascosti dietro le lenti nere. Io non sapevo dove guardare e allora fissavo il ventilatore che in tre movimenti spazzava tutta la stanza. Con l’ultimo alzava i pochi capelli che il capostazione aveva sulla nuca. Non ricadevano del tutto. Restavano induriti a mezz’aria, come erba spruzzata di insetticida. Le foglie dei pioppi davanti al sole mandavano sul muro un riflesso d’acqua. Sembrava che ci fosse il mare là fuori e mi parve perfino di sentirne il rumore. Zlatko ascoltò con aria grave il racconto del capostazione. Si aggiustò la giacca sudicia, si tirò i polsini della camicia fuori dalle maniche, si ravviò i capelli sudati sotto il Panama e senza dire una parola uscì dall’ufficio, scendendo a passi lenti sui binari. Le mani sui fianchi, guardava in lontananza come se scorgesse qualcosa. Il capostazione lo seguiva allarmato. Per la prima volta lo osservai. Non era grasso, ma ogni parte del suo corpo sembrava gonfia. Qualcosa di liquido marciva sotto la sua pelle. Il volto, appena asciugato dal fazzoletto, ridiventava improvvisamente lucido di sudore. Dalle labbra gli usciva un fiato corto e bagnato, fatto di brevi respiri che colavano nello stomaco senza raggiungere i polmoni. Zlatko stava a gambe larghe su una traversina.
“Vede, la fisica ci insegna che il tempo non è uguale dovunque. Quello in cui viviamo noi è solo uno dei tempi possibili. Esistono altri tempi, immensamente più veloci o immensamente più lenti. Il diverso livello di evoluzione dell’universo ne è la prova. Vi sono galassie molto più avanti di noi nel fluire del tempo ed altre molto più arretrate”.
Diego Marani
8, continua
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