Sokolov, l’incanto è sui tasti
Per Ferrara Musica il pianista merita lunghissimi applausi
Sul palcoscenico del Teatro Comunale Abbado, dentro una ridottissima camera acustica che lascia spazio al solo pianoforte troneggiante al centro e ad uno stretto pertugio di passaggio, Grigory Sokolov suona alla luce fioca dei riflettori. La penombra domina la scena. Ma quando lui tocca i tasti, il teatro s’illumina d’immenso. Le lampadine ad intensità variabile dei palchi e del loggione non si spengono, il bagliore è soffuso, sembrano lucciole sospese. Buone per lasciar intravedere le sagome degli spettatori, ma non le loro fisionomie. Semmai un sentimento abbia ispirato Gluck per la musica dei Campi Elisi dove Orfeo strapperà alla morte l’amata Euridice, questo sentimento appare anche qui, per Ferrara Musica, palpabile dentro le luci soffuse.
Campi Elisi dove Sokolov suona Bach, la Partita n.1 in Si bemolle maggiore Bwv 825, con un trasporto e una delicatezza inusitata che assumono maggior risalto proprio perché il pianoforte non è il cembalo per il quale Bach compose l’opera (a proposito, ricorreva proprio quella sera lì - il 4 maggio - il 350º compleanno di Bartolomeo Cristofori, padovano, inventore del pianoforte). Il suono di Sokolov è limpido, toccatistico, più vicino allo stile fortepianistico di Muzio Clementi che a quello cembalistico di Bach: miracolo e libertà dell’interpretazione. Gli applausi, alla fine, sono interminabili. Il pianista ringrazia inchinandosi più volte, non sorride (non sorride mai), esce, rientra, s’inchina e si risiede alla tastiera.
Stavolta è Beethoven, Sonata n.7 in Re maggiore op.10 n.3, ed è un Beethoven che svolta verso l’intimo; merito delle note sì, ma anche meditata scelta interpretativa. Come si può, infatti, non cogliere lo struggimento, la malinconia, l’afflato accorato che esce dal Largo e mesto, il secondo movimento della sonata? Qui sta il capolavoro del compositore, ma pure quello dell’interprete, che sa metabolizzare gli umori e dispensarli a chi ascolta.
Sokolov potrebbe anche sbagliare la pressione su un tasto, ricavare una nota non in sintonia con la dinamica della frase che sta eseguendo, ma l’effetto sull’uditorio resterebbe stupefacente. È l’insieme che conta più del particolare. È la magia della personalità artistica che sopravanza la mera tecnica. È il canto del poeta che sostituisce la prosodia del cronista. Infine Schubert, dopo l’intervallo, eseguito senza pausa fra la Sonata in La minore op.143 D.784 e i Sei Momenti Musicali op.94 D.780: un unico lungo canto, durato 56 minuti, dove Sokolov rende il compositore viennese più dialettico di Beethoven, come dire che l’interprete stavolta capovolge la prospettiva della consuetudine. Ed è trionfo, con concessione di bis, senza alterigia, senza un sorriso.
Athos Tromboni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
