La Nuova Ferrara

Le tristi vicissitudini di due famiglie nel vortice della Shoah

Le tristi vicissitudini di due famiglie nel vortice della Shoah

Manuela Dviri presenta oggi in Castello il suo nuovo libro Una lettura che aiuta a guardare la realtà con occhi attenti

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Con una grande volontà si riescono a fare grandi cose, a raggiungere traguardi all'apparenza impossibili. Ed è ciò che vuole trasmettere Manuela Dviri con il suo nuovo libro, Un mondo senza noi (Piemme Voci, 2015), incentrato sulle vicissitudini di due famiglie nel vortice della Shoah, nonché sostenuto dalla prefazione di Gad Lerner. Oggi, alle 17, la giornalista sarà a raccontarsi alla sala Alfonso I di Castello Estense, ospite dell'Associazione "il Fiume" e dell'Istituto di Storia Contemporanea, e con lei dialogheranno Chiara Fabian e Federica Pezzoli. Gli storici attivisti di Stienta hanno voluto invitare la giornalista a Ferrara, poiché da dieci anni fanno ricerca sull'internamento degli Ebrei stranieri in Polesine, setacciando gli archivi dei vari comuni della zona. I membri dell'associazione che si definiscono, per di più, "eredi di Luciano Bombarda", gli faranno omaggio della pubblicazione che ne risulterà, per dare lustro al suo lavoro accurato.

Manuela Dviri ha svolto il medesimo ripristino della memoria condivisa, seguendo di città in città le tracce della sua famiglia, a cominciare da Padova, dov'è nata nel 1949.

«Non avevo alcuna intenzione - ha esordito l'autrice - di scavare nel passato. Sono un tipo che vive assai nel presente e, talvolta, aspira al futuro. Malgrado i ricordi sofferti, è stato un bellissimo viaggio: sapevo da che punto iniziare, ma non a quale sarei arrivata».

Tanto che pare quasi le pagine si siano scritte da loro, quasi i personaggi abbiano preso volutamente la parola.

«Prima delle leggi razziali, prima della Vergogna, mia madre, mio padre, i nonni, gli zii, i cugini, erano normali cittadini italiani. Finché non divennero "di razza ebraica", e persero il lavoro, la dignità, la sicurezza, e infine rischiarono anche la vita; la scelta fu quella di scappare, oppure di morire. Qualcuno fu deportato, qualcuno non tornò mai più. Poi, mio padre e mia madre si conobbero in un campeggio ebraico, nel dopoguerra, e riconquistarono la "normalità". Grazie a loro sono qui».

Perciò da un male profondo, da un genocidio pianificato, paradossalmente è risultata anche lei e si ritiene fortunata, essendo venuta alla luce da un momento di vitalità e riscatto.

Dalla scomparsa nel 1998 del figlio Ioni, mentre prestava servizio nell'esercito israeliano, la Dviri si impegna concretamente per la pace a Tel Aviv. Ha fondato il progetto "Saving Children", che ha ottenuto cure gratuite per diecimila bambini palestinesi negli ospedali di Israele. Non ha mai appoggiato la leadership di Netanyahu e di recente ha partecipato all'incontro svoltosi in Vaticano tra Shimon Peres e Abu Mazen.

Questa lettura aiuta a guardare la realtà con occhi attenti, a non smettere di informarsi e di studiare, a non fare parte del gregge, ma a pensare da sé: «Mussolini era un dittatore ed era uno - ha concluso - ma c'era pur sempre una folla a inneggiare e a battergli le mani sotto il balcone».

Matteo Bianchi

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