Ferrara Sotto le Stelle è diventata una splendida ventenne nel segno della musica di qualità
Intervista al deus ex machina Bobo Roversi alla vigilia della 20ª edizione dell’importante rassegna «Le soddisfazioni maggiori portare in piazza Castello artisti diventati headliner nei festival maggiori»
di SAMUELE GOVONI
F. errara Sotto le Stelle compie vent’anni, tanto è passato dal 1996 ad oggi. Venti edizioni consecutive, migliaia di persone nelle piazze e tanta tanta buona musica per le strade. Ci siamo presi un po’ di tempo per parlare di questo e di altro con Bobo Roversi, direttore artistico della manifestazione da 14 anni: un ruolo tutt’altro che semplice…
«Non scomoderei la locuzione “direttore artistico”. “Curatore” - aggiunge Roversi mentre parla - mi sembra un termine meno ingombrante. Dopo le prime edizioni avevo iniziato ad occuparmi marginalmente del festival, a scrivere comunicati ed a curare i rapporti con la stampa. Quando mi è stato chiesto di dirigerlo ho pensato che la rassegna aveva margini di crescita e poteva assumere un’identità più definita. Ovviamente avevo in testa gli inarrivabili festival europei che frequentavo. In Italia non c’era, e non c’è tuttora, niente di simile».
Come è cambiato il festival in questi anni?
«Credo che il passaggio fondamentale sia stato, una decina di anni fa, riuscire a ritagliarsi un’identità ben precisa nell’ambito dei festival italiani. A questo ha sicuramente contribuito il trasloco del palco in una venue di grande suggestione come piazza Castello, ma soprattutto il fatto di poter vantare una line-up con artisti di culto in esclusiva nazionale. Migliaia di persone da tutta Italia hanno iniziato a frequentare il festival, il livello dell’offerta si è mantenuto alto, alla qualità si sono uniti i numeri. Un piccolo miracolo per una città da sempre al di fuori del circuito rock che conta».
C’è stato un momento in cui hai davvero avuto paura di non farcela?
«Più che di non farcela, ho avuto talvolta il timore di non riuscire a mantenere gli standard qualitativi, di non soddisfare le aspettative che di anno in anno si sono fatte sempre maggiori. Quando i lettori della più importante rivista rock nazionale, “Rumore”, votano per due anni Ferrara Sotto le Stelle quale miglior festival nazionale la pressione si fa più forte. Vorresti sentire il supporto della tua città, quasi l’orgoglio di vedere arrivare persone dal resto d’Italia e spesso dall’estero per le date uniche. Ma a Ferrara non funziona così. I complimenti sono sempre arrivati da fuori».
I commenti ed i giudizi della gente si sprecano ogni anno. La piazza è sempre divisa tra entusiasmo e malcontento... Li senti come un peso per il tuo lavoro?
«Il feedback del pubblico potenziale è sempre piuttosto ansiogeno. I social in particolare hanno dato voce a tutti, a chi non ha competenze specifiche né in campo musicale, né in quello organizzativo. Ai trolls. A chi nutre pregiudizi a prescindere. Così come a volte si sprecano entusiasmi esasperati. Il web esalta gli estremi. Prima si impara a staccarsene, meglio è. Anche perché se nel 2015 si celebra il ventennale di Ferrara Sotto le Stelle, mentre realtà molto più blasonate (dall’Heineken Jammin’ Festival a Rock in Idro, dal Traffic al Gods of Metal) hanno chiuso i battenti o segnano il passo, un motivo ci sarà».
Quali sono gli artisti che hai portato a Ferrara con maggior fierezza e quali, a tua avviso, si sono rivelati un po’ “un pacco”?
«Credo che il festival abbia vinto qualche buona scommessa. Ricordo le ironie, negli anni scorsi, agli annunci degli allora quasi sconosciuti in Italia Antony & the Johnsons, Arcade Fire, Arctic Monkeys, Sigur Ros, etc. Ora sono headliner dei più importanti festival internazionali, da Coachella a Glastonbury. Credo anche che le due date dei Radiohead siano in qualche modo rimaste nell’immaginario collettivo della città (non a caso proprio ad una loro presenza dell’ultimo minuto è stato dedicato un pessimo “pesce di aprile” di una rivista online ferrarese, ndr). Grandi défaillances - prosegue Roversi - francamente non ne ricordo; con il senno del poi mi risparmierei qualche artista italiano che non mi ha convinto».
Guardando il festival in tutta la sua interezza, come vedi il suo futuro? Hai ancora un sogno nel cassetto?
«Di sogni ne ho a dozzine; la parte più frustrante di questo lavoro sono gli artisti che non ti puoi permettere o che tratti per mesi e ti sfuggono all’ultimo momento (caso emblematico recente in tal senso è quello di Neil Young, che alla fine preferì la ricchissima offerta di Lucca, ndr)».
«Le dinamiche con le quali Ferrara Sotto le Stelle si dovrà confrontare in futuro - conclude l’organizzatore della rassegna - sono sostanzialmente due: la concorrenza dei grandi festival internazionali, che dispongono di spazi più ampi e risorse infinitamente maggiori, ed il repentino cambio dei gusti del pubblico provocato da Spotify e da altre piattaforme simili: oggi un solo singolo di successo è in grado di “costruire” personaggi, magari effimeri, però con un grande seguito, anche live. Il pubblico è più volatile, i generi si bruciano in fretta, il rischio-meteora è dietro l’angolo».
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