La Nuova Ferrara

Gli anni ’60 erano ricchi di esperimenti e pensieri

Gli anni ’60 erano ricchi di esperimenti e pensieri

Il nuovo romanzo è in chiave nostalgica per lo scrittore ferrarese Mazzoni «È stata l’epoca delle rivoluzioni delle idee: gli unici momenti fondamentali»

3 MINUTI DI LETTURA





È stata una ‘prima ferrarese’ fuori dal comune la presentazione del nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, Quando le chitarre facevano l’amore, uscito per i tipi di Spartaco. E ieri lo scrittore è stato accolto in un salottino en plein air in piazza della Repubblica, insieme a Licia Vignotto.

Si tratta di un’esperienza letteraria totale, un viaggio turbolento per il mondo degli ultimi settant’anni: si parte dalla Berlino a pezzi del ’45, per poi volare a Singapore, sopra il Vietnam al napalm, in Guatemala, sino all’America on the road che riunisce il vissuto di ogni personaggio. Personalità inconfondibili, come Paco Ignacio, il sosia cieco del presidente guatemalteco, tributo a Taibo II, «frutto della mia fantasia malata», come a Mazzoni piace definirla. Si tratta altresì di un tentativo originale nel panorama noir italiano, che non si è fatto influenzare dagli altri plot in circolazione. Tra le pagine si ride, si piange, ma soprattutto si riflette con lui. È un incalzante crocevia, con le cifre della narrativa popolare e di liberazione, ma mai di evasione dal reale che «detesto con tutto il cuore», ha affermato senza mezze parole.

Il gerarca nazista Martin Bormann, uno dei protagonisti più incisivi, fuggì davvero e lo maledisse pure Göring. Riuscì a mettersi in salvo oltreoceano: hai voluto pareggiare i conti con la Storia?

«L’ho utilizzato perché, per quanto braccio destro di Hitler, rimase una figura marginale. Si è sempre parlato in prevalenza di Göring stesso, Goebbels, Himmler… mentre resto affascinato dalle figure marginali, così Malatesta».

E sotto mentite spoglie l’hai reso manager di una rock band…

«Mi è sembrato un escamotage divertente, un paradosso. Si sa che i graduati nazisti erano ignoranti in materia musicale; per di più, Bormann nemmeno ne sopportava una nota. Non riusciva ad emozionarsi con alcun tipo di melodia».

Però The Love’s White Rabbits appartengono alla tua esperienza personale, non a quella generale.

«Sono esistiti e con loro ho suonato a lungo la batteria. Avevamo addirittura una sorta di ‘comune’ sul Po, dove ci ritrovavamo a provare e a far festa. Eravamo sempre insieme, cinque amici che giravano per le balere dell’Emilia negli anni ’90. E a chi sarebbero mai potuti interessare? Perciò gli ho catapultati negli Usa del ’68, come gruppo emblema del movimento Hippy».

Perché dare ancora spazio alla ribellione degli anni ’60?

«Perché è stata l’epoca delle rivoluzioni di pensiero, delle sperimentazioni. Furono i momenti dell’opposizione non-violenta, degli stati alterati di coscienza, delle visioni. Momenti fondamentali che, sebbene legati all’uso dell’Lsd, hanno cambiato lo sguardo dell’occidente».

Varietà culturale a parte, con tante curve il lettore non rischia di lasciar perdere?

«La forza del testo sta proprio nell’averlo scritto in brevi capitoli, quasi fossero diapositive da scorrere. Poi i personaggi si riconoscono subito - chiude -, grazie a tic e lineamenti immediati. Infine ho misurato il linguaggio, così che sia agile e accessibile a chiunque».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google