La Nuova Ferrara

Alla scoperta dei boschi ferraresi

di MAURO PELLIZZARI
Alla scoperta dei boschi ferraresi

Il botanico Mauro Pellizzari spiega le tipologie e le caratteristiche di queste importanti aree ricche di vegetazione

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di MAURO PELLIZZARI

Il bosco è la forma più matura e strutturata della copertura vegetale terrestre: caratterizza il paesaggio naturale assieme al rilievo e all'idrografia, rappresenta efficacemente la biodiversità di un territorio, accoglie e conserva le tradizioni e lo spirito di una popolazione. Un bosco è lo stadio evolutivo finale di una successione ecologica naturale, ma eventi naturali o pressioni umane possono portare alla sua degradazione, fino alla sua scomparsa. Così è accaduto nella maggior parte della Pianura Padana, ricoperta da estese foreste fino all'epoca romana, poi ampiamente coltivata e solcata da strade, poi di nuovo abbandonata nel cuore del Medioevo, con il ritorno di vaste e intricate foreste paludose.

La "Carta del Dipartimento del Basso Po", realizzata dai cartografi napoleonici nel periodo 1812-1814, rappresenta il territorio ferrarese com'era: estesamente coltivato, ma ornato da aree boscate di varia dimensione, più concentrate verso nord-est; boschi paludosi nelle aree depresse soggette a subsidenza, boschi e boscaglie xerofili (cioè, tolleranti clima secco e suoli piuttosto asciutti) lungo le antiche linee di costa sabbiosa. I nostri padri, affetti da una sorta di bulimia di terreni agricoli che ha contrassegnato tutto il XX secolo, hanno quasi del tutto prosciugato le paludi e abbattuto le foreste, così che gli ultimi lembi di territorio coperti da formazioni boschive conservano oggi un patrimonio di immenso valore.

I boschi ferraresi sono inquadrabili in quattro tipologie facilmente distinguibili:

1.Boschi e boscaglie ripariali, sviluppati lungo i fiumi Po e Reno, nelle golene più o meno inondabili;

2.Boschi paludosi, originati nelle depressioni costiere vicine alle falde acquifere;

3.Boschi e boscaglie termo-xerofili, sviluppati lungo i rilevati sabbiosi costieri più lontani dalla falda;

4.Boschi termo-mesofili, originati dall'evoluzione convergente dei due tipi precedenti, per interrimento delle bassure o erosione delle dune.

I boschi ripariali lungo il Po ferrarese sono stati prossimi all'estinzione, ma con interventi mirati di riforestazione la Provincia di Ferrara ha ampliato il Bosco di Porporana e riformato quelli di Malcantone (Bondeno) e di Pontelagoscuro. Il livello più vicino all'acqua è formato da frange di salici bianchi (Salix alba), che meglio sopportano le inondazioni, mentre più in alto crescono boschi misti di farnia (Quercus robur), olmo (Ulmus minor), pioppo bianco (Populus alba).

Negli strati inferiori di questi boschi si sono sviluppati autonomamente arbusti e piccoli alberi come biancospino (Crataegus monogyna), prugnolo (Prunus spinosa), ligustro (Ligustrum vulgare), sambuco (Sambucus nigra), sanguinello (Cornus sanguinea), frangola (Frangula alnus), e l'edera (Hedera helix) tappezza ampie parti del sottobosco, spingendosi in alto lungo i tronchi più vecchi. Simili, ma più maturi, sono i due boschi relitti lungo il Reno, a Sant'Agostino (Foresta Panfilia) e Campotto di Argenta (Traversante). In particolare la Panfilia ha raggiunto un apprezzabile grado di maturità, nonostante sia stata quasi distrutta durante la II Guerra Mondiale, perché il legname era rimasta l'unica fonte di riscaldamento. In questi due boschi di terrazzo fluviale, accanto alla farnia, all'olmo e al pioppo bianco, svolge un ruolo determinante il frassino meridionale (Fraxinus angustifolia subsp. oxycarpa).

I boschi paludosi sono rappresentati da minuscoli lembi in progressivo interrimento, all'interno del Gran Bosco della Mesola, mentre poco più a sud, nel Ravennate, e in particolare a Punte Alberete, questa tipologia occupa superfici più ampie e svolge un ruolo ecosistemico determinante. L'albero tipico di questi aspetti è il frassino meridionale, ancora una volta accanto alla farnia, all'olmo, all'acero campestre (Acer campestre) e al pioppo bianco. Diffusa è la presenza nel sottobosco della rara felce Thelypteris palustris e del falasco (Cladium mariscus), un'alta erba dalle foglie seghettate; ancora più rara (in Italia vive in sole due località) è Euphorbia lucida.

Mentre gli altri tre tipi di boschi ferraresi sono dominati da alberi caducifogli, e appaiono perciò spogli da fine autunno a primavera, i boschi termo-xerofili costieri, a Mesola, Santa Giustina e in tratti delle pinete costiere, sono costituiti in prevalenza dal leccio (Quercus ilex), una quercia sempreverde dalle foglie verde scuro, che rende questi ambienti uniformi e oscuri in ogni stagione. Il suolo sabbioso rilevato e lontano dalla falda ospita un ridotto numero di altre specie: la farnia, il pino domestico (Pinus pinea), l'orniello (Fraxinus ornus), arbusti e liane come il ginepro (Juniperus communis), l'ilatro sottile (Phillyrea angustifolia), il pungitopo (Ruscus aculeatus), l'agazzino (Pyracantha coccinea), l'asparago pungente (Asparagus acutifolius), l'edera e la robbia (Rubia peregrina). Questi boschi sono i più tipici del paesaggio delle dune consolidate costiere, e hanno un grande valore ecosistemico perché documentano la persistenza di aspetti mediterranei in un territorio al limite con l'Europa continentale.

I boschi termo-mesofili, il cui aspetto e struttura sfumano dolcemente in quelli xerofili o in quelli paludosi, a seconda della distanza dalla falda, sono presenti a Mesola e Santa Giustina, con caratteristiche particolari che originano dalla posizione geografica e dal clima. Ci troviamo infatti al margine tra le regioni biogeografiche Mediterranea e Continentale, e questi boschi misti vedono la coesistenza di piante a distribuzione centroeuropea: farnia, pioppo bianco, olmo, carpino bianco (Carpinus betulus); mediterranea: leccio, agazzino, pungitopo; ma anche orientale (illirica o pontica): orniello, frassino meridionale, carpino orientale (Carpinus orientalis), roverella (Quercus pubescens), lentaggine (Viburnum lantana), corniolo (Cornus mas). La commistione di elementi diversi, con un peso notevole dell'elemento orientale, ci consente di differenziare questi boschi dai querceti misti relitti della Pianura Padano-Veneta, e di assimilarli piuttosto a quelli diffusi sulle due sponde dell'Adriatico, lungo le penisole italiana e balcanica.

Un quinto tipo di boschi, originati in realtà da impianti artificiali, sono le pinete costiere, dove domina il pino domestico, sovente affiancato dal pino marittimo (Pinus pinaster). La disposizione a ridosso degli stabilimenti balneari ha penalizzato le pinete, molte delle quali sono governate “a parco” con un'assidua manutenzione, per eliminare gli ostacoli al transito dei turisti e al tempo stesso scongiurare i rischi d'incendio. Nei casi in cui si lascia via libera alla vegetazione spontanea, i pini, specie mediterranee importate, che rinnovano a fatica, vengono affiancati da una fitta boscaglia ricca di specie sempreverdi comuni nei boschi xerofili, prima di tutte il leccio.

Ma sia nei boschi ripariali dell'interno, sia in quelli costieri, bisogna ricordare che gli interventi umani, inevitabili in un territorio così popolato, hanno modificato e modificano sostanzialmente l'assetto naturale dei boschi, quando non li riducono o eliminano addirittura. La gestione da parte delle popolazioni locali è percepita positivamente (con il nome di governo) nei luoghi ove genera reddito: in Trentino le foreste di faggio o abete rosso sono governate in forma ecologicamente compatibile ma produttiva, fornendo legname da opera e da ardere, trucioli per l'edilizia e pellet; nell'Appennino emiliano-romagnolo i tradizionali boschi cedui, cioè governati con tagli periodici dei tronchi per produrre legname per vari usi, vengono spesso riconvertiti ad alto fusto, per consentirne la produttività ma migliorarne l'ecologia.

I nostri boschi ripariali e costieri sono spesso percepiti come inutili, perché si ha l'impressione di poter ricavare un reddito da alberature solo se si tratta di coltivazioni di pioppi ibridi (per la cellulosa), o raramente di noci neri (per il legname), mentre i boschi veri e propri sono vincolati, com'è giusto, grazie ai loro aspetti naturali di valore unico. Sembra anacronistico che non vi siano interessi, né pubblici né privati, verso l'impianto di nuovi boschi, con una forma di governo che consenta di affiancare la conservazione degli aspetti naturali alla gestione produttiva, e che indubbiamente condurrebbe ad aumentarne le superfici complessive nel giro di pochi anni. Per ora, l'abbandono delle aree boscate (almeno, di quelle non vincolate come Riserve), favorisce solo l'ingresso di alberi opportunisti e invasivi, originari di altri continenti, come la robinia o falsa acacia (Robinia pseudacacia) e l'ailanto (Ailanthus altissima): ospiti indesiderati contro i quali le specie locali spesso perdono terreno.

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