Zlatko sparì: le ricerche del treno continuano invano
“E quando me lo riporterà?” Zlatko si volse e prese a camminare all’indietro. “Dipende dal tempo in cui è finito. Forse fra un’ora, forse fra vent’anni. Tempi diversi si scontrano ma non si...
“E quando me lo riporterà?”
Zlatko si volse e prese a camminare all’indietro.
“Dipende dal tempo in cui è finito. Forse fra un’ora, forse fra vent’anni. Tempi diversi si scontrano ma non si mescolano e se il suo treno ha trascorso l’equivalente di un nostro anno in un tempo più veloce di questo, resterà per un anno nel limbo del tempo fermo prima di poter ritornare. L’unica cosa che posso fare ora è cercare di disincagliarlo da dove si è arenato”.
Spiegò ancora senza sentimento nella voce. Apparve di colpo stanchissimo. Scrutava il cielo. Scosse brevemente la testa, poi si calcò il cappello sulla fronte.
“Ma perché si ostina! Quella gente è perduta per sempre. Se anche tornassero vivi, impazziranno!”, aggiunse ancora aprendo stancamente le braccia.
“Mi riporti quel treno! A qualunque costo! Ha capito?” sbraitò il capostazione alzandosi sulla punta dei piedi.
Zlatko rimase immobile. Si passava una mano sulla bocca, come per prendere coraggio. I suoi occhi divennero assenti, sprofondarono nelle orbite livide. Senza aggiungere altro, si avviò a lunghi passi nell’aria elettrica. Il cielo, i sassi, il suo vestito: tutto era bianco ed accecante.
Fu quella l’ultima volta che lo vidi. In quell’attimo, un leggero pulviscolo piovve sulle cose. Non era pioggia, non era umidità. Allora non lo sapevo: era il fiato dell’altro tempo che ci stava passando vicino. Un baratro si era aperto ai nostri piedi, ma noi non potevamo vederlo. Ne sentivamo la presenza fredda. Un ronzio mi prese la testa. Strizzai gli occhi. Il capostazione si protesse con una mano. Ci fu un lampo, un fumoso bagliore. Ma non si capiva bene dove. Sui binari non c’era più nessuno. Corremmo, inciampando, urtandoci. Chiamammo forte il suo nome. Ci risposero le finestre mute dei magazzini, il fruscio delle stoppie, il vecchio serbatoio dell’acqua incrostato di ruggine. Il capostazione mi guardò incredulo. Cercò il fazzoletto nella tasca sbagliata e volgendosi da tutte le parti mormorò:
“Non è possibile! Ha visto anche lei! Non è possibile!”
Dalla campagna infuocata salì un vento basso e pesante che ci avvolse fino ai fianchi come un’acqua stagnante. Il sole di settembre per qualche attimo si offuscò e sembrò sul punto di sbriciolarsi. La testa mi girava. Il capostazione a braccia aperte roteava sempre più vorticosamente dentro ai miei occhi precipitando in un pozzo luminoso. Mi stupivo che non urlasse. Mi sollevò un carabiniere, prendendomi per le ascelle. Il capostazione adesso era seduto sul marciapiede. La testa ripiegata sul ventre, non osava guardare in fondo al binario il muro nero della folla che ci aspettava.
Per molti giorni ancora carabinieri e soldati perlustrarono la linea ferroviaria, scandagliarono ogni metro di campagna fino a Poggio Renatico ed anche oltre, lungo le sponde del Reno. Ma invano. Di Zlatko non trovarono traccia. Camionette della polizia circondate da sacchi di sabbia furono appostate sul piazzale davanti alla stazione. Contro la recinzione sul lato dell’Idrovia fu montato un piccolo accampamento militare che col tempo divenne stabile.
Alla fine dell’estate arrivarono nuovi soldati. Spostarono le camionette per tagliare l’erba che era cresciuta tutt’attorno. Le tende furono sostituite da baracche di lamiera. Nelle notti d’inverno, la lamiera vibrava sotto le sferzate di un vento che da noi non s’era mai sentito. Mandava un ululato sinistro, come un grido lontano che saliva dal fiume.
Diego Marani
10, continua
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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