La Nuova Ferrara

il racconto di diego marani - ultima puntata

Il drammatico ritorno del treno, senza Zlatko

Dell’espresso 754 non si seppe più nulla. La città non voleva ricordare e così si finì per non parlarne più. Del resto, chi poteva più dire con certezza che tutto questo fosse veramente successo? Il...

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Dell’espresso 754 non si seppe più nulla. La città non voleva ricordare e così si finì per non parlarne più. Del resto, chi poteva più dire con certezza che tutto questo fosse veramente successo? Il capostazione fu trasferito in un’altra città, soldati e carabinieri tornarono nelle loro caserme e delle loro baracche restò soltanto una macchia arrugginita sulla ghiaia. Ma io e gli amici di Zlatko non potevamo dimenticare. Nei pomeriggi di fine estate, attirati da un segreto richiamo, ci radunavamo in fondo al binario a scrutare l’orizzonte. Lo sentivamo che Zlatko era lì, a pochi metri dal marciapiede, dove era scomparso quel pomeriggio di settembre. Lo sentivamo passare accanto a noi e ci sembrava di vederla la sua figura bianca trascorrere nell’ombra rincorrendo un treno invisibile.

Oggi che sono passati 20 anni, oggi è successo quel che Zlatko aveva previsto. Ancora una volta, tutta la città è stata scossa dalle sirene. Sono tornati carabinieri e ambulanze, da altre auto blu sono spuntati altri uomini con gli occhiali scuri. Ma non è servito a niente. Adesso non c’è più niente da fare e assistere alla scena è stato orribile. Io li ho visti con i miei occhi i passeggeri dell’espresso 754 scendere dal treno apparso in stazione come un miraggio. I più anziani si sono sbriciolati subito, accartocciati come foglie nel fuoco e di loro è rimasto soltanto un mucchietto di polvere sul marciapiede. Altri sono improvvisamente rinsecchiti, coprendosi di rughe come un intonaco di crepe. Senza più carne fra la pelle e le ossa, si guardavano inorriditi mani che non erano più le loro. I bambini, crescendo a vista d’occhio, sono esplosi nei loro vestiti troppo piccoli divenuti improvvisamente stracci. Braccia e gambe si sono gonfiate come fiori mostruosi. I volti erano maschere d’argilla che una mano invisibile deformava senza sosta fino a pietrificarle in una smorfia attonita e smarrita. La gente piangeva, moriva in un rantolo o si dimenava come se fosse divorata da un fuoco invisibile.

Poi sono arrivati i soldati. Ci hanno spinto via urlando e le loro urla si mescolavano alle grida orride di quella gente. Incapaci di fare un passo, restavano paralizzati sul marciapiede, guardandosi l’un l’altro increduli. I soldati li hanno caricati di forza sulle ambulanze. Qualcuno, col mitra in mano, è tornato indietro a raccogliere i vestiti rimasti per terra, disperdendo con gli scarponi la polvere grassa che ne cadeva. Nascosto fra i binari, ho aspettato che le sirene si allontanassero. Ero rimasto solo io. Gli amici di Zlatko, impauriti, erano fuggiti. Col cuore nelle tempie, sono salito sul treno. Volevo chiamare, ma la voce non mi usciva. Ho cercato in ogni scompartimento, fra valigie abbandonate, bottiglie di bibite che non si vendono più, scarpe passate di moda, giornali di vent’anni fa. Con un nodo allo stomaco ho perfino frugato in qualche mucchio di vestiti impolverati nella speranza e nel terrore di riconoscere il completo di lino bianco, il vecchio Panama sformato.

Da tanti anni non lavoro più al bar della stazione. Ora è tutto della cassiera che mi guarda con disprezzo quando mi sorprende disteso per terra sotto la tettoia dello scalo merci. Di giorno mi nascondo a dormire dietro i vagoni di granaglie. Ma la notte mi apposto sul marciapiede e guardo passare i treni. Allìapparire del fanale, aspetto il fischio del locomotore e sui battiti del mio cuore calcolo il tempo che ci mette il convoglio ad approdare al binario. Qualche volta ho provato a rincorrerli come faceva Zlatko. Disteso nell’erba dei giardini ho fiutato nell’aria il momento adatto, scrutando il vecchio orologio sulla facciata della stazione come una stella nel deserto. Ma i treni di oggi non hanno più maniglie, sono lisci come siluri, i finestrini non si aprono e più nessuno si affaccia a ridere o a piangere. Sono convogli di lavatrici dai vetri ciechi che non vanno da nessuna parte. Così resto qui ad aspettare di cadere un giorno anch’io nella faglia che ha inghiottito Zlatko e di fuggire lontano da questo tempo senza poesia.

Diego Marani

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