La Nuova Ferrara

La cura, essere sempre attivi per contrastare la malattia

La cura, essere sempre attivi per contrastare la malattia

Presentato alla Feltrinelli il volume del naturopata e scrittore Simone Ramilli «La medicina tradizionale è fondamentale, ma bisogna darle una mano»

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Abbiamo immaginato di essere uno l’Agente Smith, il giornalista uniformato, l’altro Neo, il naturopata e scrittore Simone Ramilli, l’innovatore difficile da afferrare, da comprendere, ma senza atti di eroismo contro il sistema di appartenenza. Si è trattato solo di un gioco dialettico, ieri pomeriggio, prima della presentazione alla Feltrinelli del suo nuovo saggio, La cura. Liberi da paure e malattie (Tecniche Nuove, 2015).

Ad invitarlo è stata l’Arci “Pietre Alate”, la cui presidente Lorella Pedriali lo ha voluto far conoscere alla città. La trovata di assumere per l’intervista due parti contrarie ci è venuta per mettere ulteriormente in risalto la buona fede del suo volume. Il desiderio di accoglienza e confronto pacifico tra le pagine, non rinnegando alcunché della cultura di provenienza, si scorge sin dalla dedica, Ai medici che amano follemente, orientata alla costruzione più condivisa possibile di un mondo che non si fasci la testa, specialmente quando è in possesso di potenzialità inespresse.

«Sono stato molto attento ai progressi della ricerca scientifica - ha motivato Ramilli -, che negli ultimi 10 anni è evoluta di 30-50 anni, se si pensa al passo che aveva un tempo. Non è un testo avveniristico, poiché i contenuti sono aggiornati allo scorso febbraio».

Qualche perplessità, tuttavia, appare subito in quarta di copertina: “All’opposto, ogni pratica di cura che passa attraverso il provocare sofferenza, aggiungere dolore, che fa leva sul terrore di morire, che depotenzia le capacità di auto-guarigione e, in sintesi, che contrasta la vitalità di un sistema vivente, non è un atto di potere ma di cura”.

Perciò sorge spontaneo il dubbio egli intenda cure quali la chemioterapia, magari in senso avversativo; invece lo studioso afferma: «Non sono un medico e, per quanto da un lato il sistema medico tradizionale tenda all'autoconservazione e quello alternativo a rompere gli schemi, considero la medicina tradizionale la prima alleata, nonché un sistema totalmente integrabile. Credo onestamente che gli spunti offerti nel volume possano essere un supporto, per far sì che il paziente sia consapevole dell’importanza di mantenere un ruolo attivo nel processo di guarigione, ma da qualsiasi malattia sia affetto».

Seguendo i capitoli il nesso tra il culto occidentale dell’ego e il tabù della morte pare evidente: «L’abbinamento è interessante - commenta Ramilli -, come se non fossimo stati programmati ad accettare la finitezza della vita. Oggi si fanno scelte come fossimo eterni, tendenti all’immortalità».

E nell’illustrarlo utilizza il termine avatar, la proiezione virtuale dell’io con cui Cameron ha firmato il suo testamento cinematografico. E perfino nel film del regista ogni essere vivente è interconnesso agli altri: «Oltre a esserlo biologicamente, il potenziamento degli strumenti virtuali, il web in primis, oramai ci permette di scambiare conoscenza in tempo reale, quasi all’unisono - e conclude -; il bombardamento di stimoli, però, non è volto a evidenziare questa ‘abbondanza’, bensì a fomentare la precarietà sociale attraverso la logica del profitto, e la crisi, per di più, non giova a una reazione di segno idealmente opposto».

Matteo Bianchi

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