Tutto il mondo in una birra: pub, che amore
Viaggio nei luoghi mitici per tanti ferraresi, alcuni scomparsi ma i più rimasti magari con un pizzico di fascino in meno
Non uno dei nomi che possiamo evocare, i ricordi che ci sbarbagliano davanti agli occhi, senza che sentiamo sul palato il sapore del malto e del luppolo e ci avvolga la luce degli anni migliori. Poi un apparato rituale di gesti e usanze, le confidenze sussurrate a mezza voce, gli amori che nascevano, crescevano poi finivano, quella voglia bruciante che ti esplodeva dentro, di cambiare qualcosa, il mondo o almeno la tua vita.
La nostra generazione intermedia è cresciuta qui, c’è poco da aggiungere. Per bene o male che sia. E per quanto possano cambiare le usanze, ed a volte lo fanno in maniera drastica, probabilmente a quei posti (anche ora che il settore commerciale si è trasformato in una giostra itinerante) resteremo legati per sempre.
Parliamo dei pub, ovviamente, che con il loro corredo di ansie, gioie, dolori, ci accompagnano da una vita.
Certo il sistema dell’intrattenimento notturno è diventato spietato. Una volta, era facile, capitava che ti affezionassi ad un locale e te lo portassi dietro per tutta la vita. Non sappiamo se nell’isterismo del mondo moderno sia ancora possibile, ma un tempo trovavi sostanzialmente rassicurante affidarti a certe abitudini, lo stesso bancone, gli stessi osti, gli stessi avventori. Forse oggigiorno una fedeltà di questo tipo fa una certa tenerezza.
Comunque, per farla breve, e dato che siamo in vena di ricordi, chi si può dimenticare (e procediamo in ordine sparso) de La Corte di via Saraceno, che ora non c’è più, un pub raccolto, d’atmosfera, in cui si beveva benissimo, o il B-Side, sempre in Carlo Mayr, fissato nel tempo da quella sua vicenda così tragica, il Café des Artistes, dio mio quanto tempo è passato, il cui piano superiore ne ha viste di tutti i colori; poi ancora, sempre in centro, il vecchio Molo con i suoi hamburger ipertrofici, che prima di papparseli ci voleva un’ora, il Lobster (prima ancora Fusion) che quando chiuse i battenti ci si spezzò il cuore, il Maracaibo che c’è da una vita, il Lobo Loco che resiste nonostante le difficoltà fra serate musicali e karaoke, i Due Gobbi, una tappa imprescindibile anche nella nuova veste, la Cambusa in Carlo Mayr - che c’è ancora - con il suo sapore da salotto di casa, poi ancora il Wilson Pub in Porta Mare con la sua imperdibile piada fritta, la Cantinetta in Porta Po ed il suo insostituibile “pano” e, ancora, l’Ustariaza in via Piangipane, sempre al suo posto.
Uscendo dal centro cittadino, direzione San Giorgio, ecco poi il Club Weizen, il quale occupa tuttora uno spazio che è tutto suo, di nessun altro, ancora lo Shannon in via Bologna, anche adesso, dimezzato e restylato com’è, sebbene chi ha la nostra età non può dimenticare com’era allora (e allora era mitico...), a pochi metri il Rhein & Meuse, il Main Street di Cavour, i Giardini del Florenz (fra cambi di gestione), il Pustazz in zona universitaria, l’Arlecchino in zona San Giorgio, molto fuori (in via Padova) il Collins, adesso come ora sempre “irish” puro.
E fuori città? Il Lady Hawke immancabile a Cona, lo Scaramouche di Gradizza, il Wilkins (anche valida pizzeria) a Final di Rero, e chiediamo venia agli altri sparsi in giro, ugualmente imperdibili, per dover sottostare ad obblighi di sintesi.
Non è un elenco di muri, banconi di mogano e spinatrici, amici miei, tenetelo ben presente, questa è carne e sangue, è dedizione, passione, nella migliore delle ipotesi ore insostituibili, che non torneranno più. Vita. Adesso gli idoli sono diversi, questo è vero, ora c’è la piazza ed il suo mercoledì sempre più fashion, allestimenti anche notevoli o notevolissimi, come il Bar Duomo-Agorà, l’XI Comandamento, la cui fama valica abbondantemente le mura cittadine, i bar-pub-enoteche di San Romano, il cui capostipite è ancora Massimo.
Certo i locali che ricordiamo noi erano diversi, più scrostati e polverosi, ma comunque la funzione affatto diversa, sempre quella di cercare, non importa se si trovava o meno. Se stessi, un senso. Risposte. Divertimenti forse banali, ma genuini. Era tutto lì, si giocava in un fazzoletto, come forse era priva di terza dimensione la nostra vita. Certo l’adoravamo, non c’è che dire. Ne adoravamo ogni singolo istante. Per dire, non l’avremmo scambiata con nessun’altra, per nessuna ragione al mondo.
Riccardo Corazza
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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