La Nuova Ferrara

Quel cardinale ferrarese che ispirò Boldini

Quel cardinale ferrarese che ispirò Boldini

Il ritratto di Guido Bentivoglio di Antoon Van Dyck del 1623 inserito tra le opere del pittore estense alla mostra di Forlì

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di MICAELA TORBOLI

La città di Forlì ed i suoi Musei San Domenico esibiscono in questi giorni (e fino al 14 giugno) una ricchissima mostra che fa onore ad un grande figlio di Ferrara, Boldini. Lo spettacolo della modernità. Si può capire il valore della esposizione anche da quanto si ammira in una sola delle tante sale dalle pareti color piombo. Ad esempio quella dove si trovano affiancati tre ritratti, due dei quali distano quasi quattrocento anni dal terzo, ma hanno molto in comune con esso. Il più antico non è di Boldini, ma si tratta di un'opera magistrale di Antoon Van Dyck databile al 1623, che riprende le fattezze del cardinale Guido Bentivoglio, e proviene dal fiorentino Palazzo Pitti. Il secondo, dipinto da Boldini nel 1903, oggi appartiene alle Raccolte Frugone di Genova, e rappresenta la non meglio identificata Miss Bell. Il terzo dipinto, ancora boldiniano, ci restituisce l'incantevole aspetto di una donna senza altra qualità che una formidabile avvenenza, la Dama di Biarritz ovvero Charlotte Cybar-Barthe (1912, sta in collezione privata), e chi voglia sapere qualcosa in più sulla Dama può leggere il saggio di Francesca Dini nel catalogo (Silvana, Milano, curato dalla Dini con Fernando Mazzocca, pp.21-23). La presenza in mostra del quadro di Van Dyck richiede una giustificazione ed una sottolineatura. Il dipinto è stato scelto perché viene collegato alle fasi costitutive del genio ritrattistico di Boldini, che nel tempo ha maturato il riconoscimento della statura di immortale in questo tipo di pittura che lo collega ai suoi predecessori più celebri, anche lontani nel tempo, come, appunto, Van Dyck. Il ritratto di Bentivoglio, presente a Firenze anche al tempo il cui il giovane Boldini vi studiava, fu senza dubbio una delle sue fonti d'ispirazione più vive, e il confronto con la Dama, ed in misura minore con Miss Bell, lo ribadisce, nella postura avvitata dei soggetti, nella fantasia cromatica di un virtuosismo assoluto, nella resa iperrealistica dei tessuti, congiunti allo scavo psicologico dei personaggi. Esiste poi un'altra motivazione, patriottica, per interessarsi al quadro del fiammingo: Bentivoglio era ferrarese purosangue. Un ruolo da concittadino che ci tocca e Boldini avrà certo trovato interessante. La famiglia Bentivoglio dominò Bologna per buona parte del Quattrocento, ma nel 1506 aveva lasciato la città d'origine essendo entrata in contrasto con il papato, e diversi dei suoi membri esiliati trovò una nuova casa a Ferrara, grazie alla parentela con gli Estensi, dato che Annibale Bentivoglio aveva sposato nel 1487 Lucrezia, figlia naturale del duca Ercole I. Guido nacque a Ferrara nel 1579 dal chiacchierato secondo matrimonio del volitivo e potentissimo marchese nonché "viceduca" estense, Cornelio Bentivoglio, con Isabella Bendedei, di antica prosapia ferrarese. Isabella era nota per aver fatto parte, come sua sorella Lucrezia, del "Concerto delle donne", il celebre ed esclusivo gruppo musicale che deliziava il ristretto pubblico della cerchia ducale. Cornelio, vedovo di Leonarda d'Este (figlia di Scipione di Meliaduse e della moglie Leonarda Fregoso appartenente alla famiglia dogale genovese, non illegittima quindi come si legge talora), per anni aveva coltivato una scandalosa relazione fissa con Giulia Boiardo alla quale si pensava avrebbe restituito l'onore portandola all'altare, ma a sorpresa le preferì Isabella. Tra i numerosi figli di Cornelio ed Isabella, Guido fu il più brillante. Nunzio apostolico e diplomatico scaltro, con entrature alla corte di Spagna e di Francia, ebbe il cappello cardinalizio nel 1610. Coltissimo, fu noto come scrittore e trattatista, grazie alle sue relazioni sulle guerre di Fiandra pubblicate per la prima volta ad Anversa nel 1629, e a numerosi altri scritti storici. Unico neo di tanta carriera, ai nostri occhi, è l'aver partecipato alla condanna di Galileo come Presidente del Sant'Uffizio. Essendo sempre in viaggio, il cardinale non viveva spesso a Ferrara. Nelle sue lettere si legge talora di brevi visite ai parenti, o di soggiorni di convalescenza in patria, ma non gli piaceva molto il clima nostrano, tanto che in una missiva del 1615 a monsignor Landinelli descrisse «l'oscurità di quel cielo» ferrarese, soffrendo di dover stare «in quella conca di fango, e di canne». Certo non non c'erano melma o piante palustri intorno al sontuosissimo palazzo Bentivoglio dell'odierna via Garibaldi, forse si riferiva a qualche proprietà in campagna.

Torniamo al ritratto di Guido. Il suo autore, Antoon van Dyck (Anversa 1599-Londra 1641), già collaboratore di Rubens, visse in Italia dal 1621 al 1627, per lo più a Genova, visitando anche Roma, Firenze, Bologna, Venezia e Palermo. La maggior parte della sua attività si sarebbe poi svolta in Inghilterra dove divenne pittore di corte. Ebbe una profonda ammirazione per Tiziano, che lo influenzò specie sul versante del colore tonale, morbido, con una resa straordinaria dei tessuti (Antoon proveniva da una famiglia di mercanti di stoffe) e della vitalità dei personaggi ritratti. Chi ha occhio per la pittura, non può non vedere come la sua influenza sia giunta fino al nostro Boldini. Tra i mirabili dipinti del fiammingo, il fastoso Ritratto del cardinale Guido Bentivoglio (cm.195x147), che effigia il porporato ferrarese, è stato elogiato forse più degli altri e ne esistono numerose copie antiche ed incisioni. Si trova da secoli a Firenze: fu infatti donato da un Bentivoglio a Ferdinando II de' Medici nel 1653, e così Ferrara ha perso anche questo capolavoro. Il quadro colpisce profondamente. Lo storico Bellori scrisse nel 1672: «Espresse Antonio Van Dyck il cardinale a sedere con una lettera nelle mani, e quasi l'habbia letta si svolge e porta su la tela la similitudine del volto, e lo spirito moderato di quel signore». Il pennello gioca sui rossi, a partire dall'abito cardinalizio in "rosso ponsò", come si dice ancora a Roma con un francesismo che equivale a "paonazzo", digradante in variazioni scolpite da lampi candidi, come sottolineò un illustre collega settecentesco di Antoon, l'inglese Joshua Reynolds: «Poiché Van Dyck si trovava condi. zionato dal colore cremisi, ha posto sul fondo un tendaggio dello stesso cremisi e ha sparso un po' di bianco con l'aiuto di una lettera che si trova sul tavolo e di un bouquet di fiori». Il ritratto fu forse elaborato a Roma presso il pomposo palazzo dei Bentivoglio a Monte Cavallo (oggi Pallavicini Rospigliosi, eretto da Scipione Borghese, fu anche dimora del cardinale Mazzarino), quello stesso edificio che Guido dovette poi vendere per far fronte ai debiti suoi e del casato. Velluti cangianti, sete marezzate, pizzi preziosi, rose rosse in un vaso di cristallo, le mani eleganti e il viso pallido e sensibile di Guido dall'alta fronte densa di pensieri, si legano qui superlativamente in una purissima esaltazione dell'arte del ritratto barocco.

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