«A Ferrara la peste non uccise solo il popolo»
Marcello Simoni racconta “L’abbazia dei cento delitti” che presenta stasera in anteprima a Ferrara: città che amo
di DAVIDE BONESI
I. eri la prima intervista ufficiale come copertina di R2, inserto culturale di Repubblica. Un grande onore per Marcello Simoni, che stasera presenta in anteprima a Ferrara L’abbazia dei cento delitti (Newton Compton, pagg. 384, euro 9.90), secondo atto della trilogia dell’abbazia, uscito da pochi giorni nelle librerie e già in cima alle classifiche.
«Il polso sembra buono - ci dice lo stesso autore comacchiese -, il formato e-book e sta andando bene, per i dati del cartaceo bisogna aspettare alcuni giorni ma l’impatto iniziale pare positivo. Poi l’uscita de L’abbazia dei cento delitti ha riattivato le vendite de L’abbazia dei cento peccati. Fra le vendite online sono sul podio in compagnia di Fred Vargas e Maurizio De Giovanni, due grandi autori, che leggo e stimo tantissimo».
Ferrara è sempre più protagonista della trilogia...
«La città la amo da quando studiavo all’Università; ha dato un taglio preciso alle mie suggestioni ed alla mia formazione letteraria, che sempre si nutrirà poi delle nebbie della mia Comacchio».
Cosa devono aspettarsi i lettori da questo romanzo?
«È il cuore della trilogia, la maggior parte degli eventi della saga saranno in questo romanzo, che infatti è più lungo ed inizia e finisce a Ferrara. Ho dovuto svolgere tante ricerche sulla città, non solo a livello urbanistico, soprattutto sulla grande peste del 1348. È una Ferrara molto noir, oscura: la peste arriva tra febbraio e marzo di quell’anno ed imperversa in maniera crudele, più che in Europa, dove uccide due terzi della popolazione, da noi ben tre quarti, compresi gli aristocratici. Subito dopo tale flagello capitano del popolo e giudice dei savi si impegnano a ripopolare Ferrara, soprattutto i palazzi gentilizi del centro storico rimasti vuoti con famiglie nobili di altre città. In questo panorama si muovono i tre personaggi, Maynard, Gualtiero e Isabeau. Altri luoghi sono Reims e Avignone in Francia e, naturalmente, Pomposa. A Ferrara ho trovato una suggestione nel monastero di Sant’Antonio Abate (oggi in Polesine), tuttora esistente pur con sostanziali differenze rispetto ad allora, quando era su un’isola collegato alla città solo da un ponte di legno. Vi sono personaggi reali, come il vescovo Guido di Baisio e Obizzo d’Este: in quegli anni il vescovo di Ferrara viveva a Bologna, raramente veniva nella nostra città, pur sopravvivendo alla pestilenza».
Gualtiero sta per concludere il ciclo dell’Apocalisse.
«Tale opera a Pomposa risale al 1351: nel terzo volume Gualtiero la finirà. In questo secondo romanzo preparo i lettori ad accoglierne la realizzazione. E devo dire che L’abbazia dei cento delitti ha un suo finale, a differenza della prima puntata chiusa da vari interrogativi. Il terzo? Uscirà a gennaio e dovrebbe intitolarsi L’abbazia dei cento inganni».
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