Le relazioni fra Levi e Croce ed il saggio su Antonio da Ferrara
In effetti, ironicamente lo stesso Croce precisava, nel medesimo contesto discussivo: “E avrebbe potuto, (il Levi )senza moltiplicazione aritmetica, parlare addirittura di ‘censore’, perché contro...
In effetti, ironicamente lo stesso Croce precisava, nel medesimo contesto discussivo: “E avrebbe potuto, (il Levi )senza moltiplicazione aritmetica, parlare addirittura di ‘censore’, perché contro uno solo egli si rivolge, e questi son io, che ho più volte dimostrato tutti i mali effetti di quella confusione, cercando di metterne a nudo il fallace fondamento. (...). Ciò vuol dire che il Levi, da quel bravo e diligente studioso che era, ha ascoltato con molta attenzione la lezioncina che un tempo io somministrai ai critici, prendendo argomento dai lavori del Ricci (sul tema Sofonisba) o del Kipka (sul tema Maria Stuarda), e ne ha fatto suo pro. (...) Ma sta di fatto che l’onesto ‘censore’, di cui sopra, aveva già concesso, a proposito del Ricci: “Intendo bene l’interesse storico che muove a indagare la fortuna avuta nella letteratura e nell’arte da alcuni personaggi e avvenimenti storici o leggendari che siano” (problemi di Estetica, 2ª edizione, pagg. 78).
Ezio Levi torna utile, per il suo Maestro Antonio da Ferrara rimatore del secolo XIV ( Roma 1920, pp.154-155), nel famoso saggio “Di un sonetto del Trecento sul modo di comportarsi nell’avversa fortuna, e di Paolo dell’Aquila” (1929, pag. 19 in: 8-22), a proposito della esatta attribuzione della canzone Non seppi mai ad Antonio da Ferrara anziché a Paolo dell’Aquila, correggendo quanto sostenuto da Francesco Torraca. “Il Levi, dalla didascalìa che l’accompagna in un codice vaticano, ha tratto che Antonio da Ferrara la mandò a una donna, dovendosi partire da quella terra dov’era la sua donna e andare altrove”. L’incastro filologico è calzante, in merito all’importanza etico-politica del sonetto Un consiglio ti do che presto possa, al centro del mio Croce inedito (’84), dopo le visitazioni del Russo e del Nicolini (’62). Correzioni erudite a tesi dello stesso Levi, a proposito dell’identificazione del giullare Juan de Valladolid (nei Motivos Hispanicos, Firenze ’33, pp. 75-109), sono ancora nel saggio crociano Poeti spagnoli a Napoli (’37), in Aneddoti di varia letteratura (Bari ’54, I, pp. 218-219 ), o di Santino Caramella per il Bartolomeo Gentile Fallamonica, contributo alla storia del lullismo nel Cinquecento (in Dante e la Liguria, Treves, Milano, pp. 127-176: “ignorato altresì dal Levi”, chiosa Croce).
Il Croce scriverà più volte nei suoi “Taccuini” e a giornalisti svedesi e amici intellettuali ebrei tutto il suo “orrore”. Con questi sentimenti si raccoglie la parabola delle relazioni intellettuali e morali tra i due studiosi.
Giuseppe Brescia
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