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Ferrara ricorda l’archeologo Khaled al Asaad

Ferrara ricorda l’archeologo Khaled al Asaad

L’amico Paolo Matthias: «Era la personificazione dell'antichità di Palmira. Persona semplice, un vero figlio del deserto»

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È stato “l'amore per le pietre”, come lo chiamano affettuosamente gli addetti ai lavori, il protagonista dell'incontro di ieri sera, “Quale futuro senza memoria?”, la conferenza dedicata al ricordo dell'archeologo Khaled al Asaad, assassinato dalle forze dell'Isis il mese scorso. Tra gli ospiti anche il noto geologo e volto della tv Mario Tozzi.

L'incontro, che si è tenuto in una delle giornate simbolo della memoria, è stato anche occasione per la presentazione dell'ultimo titolo di Livio Zerbini, archeologo e professore di storia romana presso Unife, “Roma. Un impero alle radici dell'Europa”. Oltre a lui, sono intervenuti alcuni tra i maggiori esperti del settore: Paolo Matthiae, archeologo, scrittore e orientalista, che ha lavorato a lungo in Siria e Iraq; Fabio Lazzari, presidente del Gruppo Utet Grandi Opere- Fmr e il fotografo Luca Campigotto.

«La presentazione del libro è in sintonia con il significato della giornata di oggi - ha esordito Livio Zerbini - a volte siamo talmente presi dallo studio delle nostre discipline che dimentichiamo la passione che ci anima: è quella stessa passione che ha portato Khaled al Asaad all’estremo sacrificio, nel tentativo di difendere ciò che amava».

Molti dei siti archeologici siriani, giordani e libanesi sono in pericolo, ma non solo: i tesori dell'antichità sono oggi un bersaglio di quella che il professor Paolo Matthiae ha chiamato “una nuovissima barbarie”: «Le notizie degli ultimi mesi riguardo l’avanzata dell’Isis sono una successione costante di incredulità, sgomento, orrore e indignazione», ha affermato l'archeologo.

Il professor Matthias, che ha conosciuto personalmente l'archeologo Khaled al Asaad, lo ricorda così: «Era una personificazione dell'antichità di Palmira, sapeva tutto. Era una persona semplice, un vero figlio del deserto, del tutto naturale». E continuando con nostalgia aggiunge: «Palmira oggi è il simbolo della città martire del patrimonio culturale. Prima era l'orgoglio dei siriani: appariva improvvisamente in un’oasi di palmizie nel deserto. Ricordo i rossi e i gialli delle albe e dei tramonti, in contrasto con le pietre bianche dei siti: non ho più ritrovato questi colori da nessun’altra parte del mondo».

“L’amore per le pietre” si può insegnare? Come trasmettere il valore del passato? Partendo dal grande patrimonio culturale italiano, è necessario provare a rispondere a queste domande: «La storia è qualcosa di vivo - ha concluso il professor Zerbini - i romani hanno ancora qualcosa da dirci: la loro straordinaria politica di inclusione ci insegna che bisogna avere l'umiltà di imparare da coloro che ci hanno preceduto».

Irene Lodi

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