Un vincitore metà italiano e metà polacco
I commenti dei protagonisti e la menzione d’onore è andata all’Alceste di Bolognesi
di MATTEO BIANCHI
Ad aggiudicarsi la 51ª Aquila d'oro è stato Jas Gawronski, con A cena dal Papa, edito dal raffinato Nino Aragno. Il vincitore, italiano solo per metà, ha condiviso l'altra con papa Giovanni Paolo II, tra le personalità principali del volume. E mentre Wojtyla incarnava sia le qualità di Ratzinger, dotato di profondità biblica, sia quelle di Francesco, grande comunicatore, quest'ultimo non lo convince in toto: «Usa metodi un po' facili. Non mi piace che consideri i ricchi responsabili della povertà globale. Non si può contrapporre il capitalismo alla miseria, perché lo stesso sistema capitalista è sorto per creare produzione e, quindi, dare a chi ha meno. Non è un peccato».
Gli altri giganti del giornalismo nazionale che si sono distinti nella fase finale sono stati, in ordine, Michele Ainis, Mario Andreose e Marco Damilano, tutti motivati da un senso etico e responsabile per la professione. Ha rotto il ghiaccio Ainis, il quale è salito sul palco del Teatro Abbado con La piccola eguaglianza (Einaudi): «Nessuno stato può risolvere il problema dell'eguaglianza, ma in casa nostra potremmo cominciare a fare ordine, correggendo le discriminazioni tra gruppi sociali». Sul titolo di Andreose, Uomini e libri (Bompiani), invece è intervenuto saggiamente Giovanni Morandi: «In un momento di crisi siamo circondati da proposte d'interpretazione politica, mentre ho l'impressione che a fronte delle difficoltà quotidiane serva più letteratura. Perché non ci dà risposte, ma strumenti per affrontare i problemi». E l'applauso non ha tardato, come poi la platea si è appassionata alle argomentazioni di Marco Damilano e alla sua Repubblica del Selfie (Rizzoli). Sostenuto dal direttore Scansani, il fuoriclasse de l'Espresso ha spiegato chi è Matteo Renzi: «un outsider, che da sindaco di Firenze ha scalato il Pd, sino a diventare Premier. E continua a scegliersi avversari che non possono governare, così Salvini e Di Maio. Questo ci riporta a una Dc che senza alternative legò il suo destino alla ricostruzione dell'Italia. A un Fanfani che aveva la triplice carica - ha proseguito - ma fu ribaltato dai dorotei a favore di Moro. Magari si scorgesse oggi un Aldo Moro all'orizzonte». È stata la menzione d'onore, però, a lasciare tutti a bocca aperta, ricevuta da Eugenio Bolognesi e dal suo Alceste: una storia d'amore ferrarese (Marietti), che narra della relazione tra Giorgio De Chirico e la zia dell'autore. Si contano ben 105 lettere a firma del pittore, dal 1915 al 1917: «Abbiamo scoperto - ha concluso Bolognesi - che la Metafisica di De Chirico potrebbe essere nata da un amore per una ragazza».
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