De Chirico, tutte le tracce del suo passaggio
Il geniale ideatore della Metafisica arrivò in città cento anni fa assieme al fratello Andrea in arte Alberto Savinio
di MICAELA TORBOLI
Giorgio de Chirico ed il fratello Andrea, in arte Alberto Savinio, si arruolarono volontari per combattere nella Prima Guerra Mondiale. Ben presto se ne sarebbero pentiti. Erano giovani intellettuali cosmopoliti, nati in Grecia da genitori italiani, e presi dal mondo dell'arte, della musica e della parola scritta.
Una casualità benefica li condusse nel 1915 a Ferrara dove furono destinati per fuggire il fronte, con il pretesto di problemi di salute. La città dal fascino rapinoso e le sue atmosfere magiche fecero consolidare in loro gli esperimenti culturali già prossimi alla maturità, secondo l'indirizzo che venne chiamato Arte Metafisica, ai limiti del Surrealismo, una sorta di manipolazione della realtà secondo visioni inquietanti e distorte.
Giorgio, in particolare, ebbe a Ferrara il suo momento supremo di pittore. I fratelli si adattarono a mansioni di basso livello non potendo esibire neppure la licenza elementare, cosa che impediva la carriera di ufficiale. Questo svantaggio portava però molto tempo libero. Giorgio fu destinato alla cadente Caserma Pestrini (e non Pollastrini, come si legge sovente, ma de Chirico stesso storpiava il nome in Piastrini) che un tempo ospitava antichi granai, ed era posta sull'angolo delle attuali vie Aldighieri e viale Cavour. Venne poi spostato varie volte. I fratelli de Chirico ebbero subito il privilegio di alloggiare in case ammobiliate con la madre, e non in ambiente militare. Dai tanti scritti e dalle lettere dei nostri è possibile risalire ad alcuni dei luoghi ferraresi in cui vissero.
La prima casa che abitarono era in via Ripagrande 61. E' citata in una missiva del 31 agosto 1915. Nella preziosa . Nomenclatura ed etimologia delle piazze e strade di Ferrara di Gerolamo Melchiorri, che uscì nel 1918, leggiamo che al tempo esistevano via Ripagrande e via Capo di Ripagrande, l'attuale via Carlo Mayr: poiché spesso le due strade venivano confuse, metteremo un punto interrogativo su questo indirizzo, ma con una preferenza per via Carlo Mayr 61, che ha un interessante portoncino tipico del primo Novecento. Nel marzo 1916 i de Chirico alloggiavano in via Cammello 33, una bella casa nell'antica Ferrara. Due mesi dopo scrivevano da via Montebello 24. Qui si accede da un ingresso minore del vasto palazzo in cui una epigrafe commemora Luigi Passega. Pare che l'alloggio fosse nelle disponibilità del potente conte Grosoli Pironi (che nella sua magione, posta di fronte al n.24, ospitava la famiglia di Filippo de Pisis) e si parla talora per questo sito della sede dell'Opera delle Cucine Gratuite, una istituzione benefica. Nell'autunno seguente ritroviamo tracce dei de Chirico nella graziosa casetta di via Carbone 4a, che ancora oggi possiede una porta lignea in stile floreale-déco.
La seconda metà del 1917 porta testimonianze relative a Casa Santini di via Mentana, mentre tutto il 1918 pare sia stato occupato in corso Porta Po 60. E' l'ultima abitazione segnalata, dato che Giorgio lasciò Ferrara entro il giorno 1 gennaio 1919, mentre Alberto era partito già da mesi.
Negli scritti dechirichiani sono citati molti punti di Ferrara forieri di ispirazioni e stimoli artistici, dalle piazze e vie della città, in specie quelle dell'antico ghetto, ai panorami urbani talvolta interrotti dalle numerose ciminiere degli opifici, delle quali rare sopravvivono, come quella, benché mozzata, in via Piangipane.
Il Castello Estense, anzi il «Castello di mastice rosso» come lo chiamava Alberto, sarebbe divenuto simbolo stesso della Metafisica per la sua presenza ne Le Muse Inquietanti (1917, Milano, coll.priv.), il dipinto più famoso di Giorgio. Sempre più immersi nelle atmosfere ferraresi, ma sempre turbati dagli eventi, i fratelli de Chirico, entrambi dal carattere difficile e tormentato, si avvalsero della professionalità celebrata in tutta Italia del neuropsichiatra Gaetano Boschi, che esercitava presso la Villa del Seminario di Aguscello, dove aveva sede l'Ospedale Militare di Riserva d'assistenza ai malati nervosi. Ma Giorgio fu aiutato a migliorare soprattutto da una vicenda personale, che si lega ad un altro indirizzo cittadino.
Intrecciò una storia d'amore con una giovane, Antonia Bolognesi. Lei abitava in via Mentana 27, e qui le giunsero per tutto il 1919 le lettere del fidanzato ormai lontano da Ferrara. Questo rapporto, serio, e per il quale si parlava di matrimonio, sempre che Giorgio nel frattempo si fosse fatto una posizione come desiderava il padre di Antonia, è stato rivelato solo di recente dalla pubblicazione dell'epistolario che ne scaturì, ritrovato anni dopo la morte della donna dal pronipote, Eugenio, e dai suoi parenti.
Lo si legge in Alceste: una storia d'amore ferrarese (Bologna 2015, con saggi di Bolognesi, Picozza, Benzi e Noel-Johnson, sotto l'egida della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico). Giorgio ritrasse Antonia intitolando il quadro Alceste, -variante grafica di Alcesti- la mitica sposa ideale, una figura importante pure per Alberto che le dedicò l'opera teatrale Alcesti di Samuele. Il dipinto sta nella Collezione Carraro. Antonia visse con discrezione e mai parlò di Giorgio dopo la fine repentina del fidanzamento. Il pittore, evitando di citarla nelle sue biografie, la condannò all'acre damnatio memoriae.
Così che solo ora sappiamo che Alceste era Antonia, perché risulta dalle lettere dove si parla anche del ritratto. Va segnalato che questa vicenda sentimentale potrebbe avere altri legami con il mondo creativo di Giorgio e Alberto. Tra 1945 e 1948 Savinio scrisse un racconto, Il suo nome, ed un atto unico per la scena, dallo stesso titolo e con una trama coincidente, che fu un insuccesso in teatro malgrado regie di fama firmate Strehler e Ronconi. Sono opere tuttora edite da Adelphi. La storia si svolge in una casa della trasognata Fabara (Ferrara) detta in via Centoversuri 5, oggi entrata posteriore di palazzo Rodolfi-Novelli-Garda. Savinio conosceva bene la strada, perché si faceva spedire la posta in via Centoversuri 24, dove pare abitasse Corrado Govoni. Una attenta lettura di Il suo nome, qui non riassumibile, fa pensare ad una sorta di crudele parodia della storia di Antonia e Giorgio: ora il testimone passa ai critici letterari.
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