La dura realtà diventa favola Il nuovo Astolfi segue La linea
Uscito il romanzo con illustrazioni dello scrittore ferrarese trapiantato a Roma «Ho usato la fantasia per creare una narrazione che coinvolgesse più persone»
di SAMUELE GOVONI
E. nrico Astolfi lo avevamo conosciuto mesi fa attraverso le pagine del suo Casilina. Ultima fermata. Ora, a distanza di tempo, il ferrarese trapiantato da anni a Roma, si ripresenta con un nuovo lavoro, La linea (ed. Lorusso), opera a metà tra immaginazione e realtà, favole e grottesco.
Astolfi ha passato l'estate al Sud tra incontri e presentazioni. A Ferrara arriverà questo mese, poi proseguirà per Milano, Torino e Val Susa.
Questo libro (si trova alla Feltrinelli) come nasce?
«La linea nasce dalla voglia e dalla necessità di raccontare il conflitto sociale senza rimanere incastrati e limitati dalla connotazione geografica della lotta di cui si parla. Vuole amplificare quel grido di dolore e disperazione di tante persone che, normalmente, è assordato dai mass media main stream, vuole estendere la metafora dell’opposizione alle tante costrizioni a cui siamo sottoposti e con le quali ci vorrebbero ridurre in silenzio. Abbiamo lanciato un messaggio, credere sempre che è possibile e necessario andare contro a quelle imposizioni per riprendersi un briciolo di dignità».
Ha definito quest’opera una favola moderna, perché?
«Ho voluto raccontare in modo semplice, ma non semplicistico, un tema scottante e variegato come quello del conflitto sociale. La struttura della favola mi sembrava, a livello narrativo, adatta a questo scopo, perfetta per far passare un messaggio importante attraverso metafora e fantastico».
Com’è stato lavorare a un’opera composta da parole e pure da illustrazioni?
«Ho lavorato in maniera autonoma, la fase del disegno è stata successiva. Conosco l’arte di Aladin e non nego che, alcune volte, durante la scrittura ho immaginato come avrebbe trasformato le mie parole in illustrazione. Quando ho visto le tavole finite son rimasto a bocca aperta, erano nettamente migliori dei miei disegni immaginari. Io e Aladin abbiamo lavorato senza influenzarci, in totale autonomia».
Il suo ultimo libro era stato Casilina. Ultima fermata: in quel caso aveva messo su carta storie realmente accadute. Perché ha scelto di “lavorare di fantasia”? Come è stato?
«Siamo tutti rinchiusi tra linee più o meno reali. Costretti dai nostri ruoli o dalle decisioni di “altri”. Viviamo in un mondo di linee, di confini, di recinzioni che proteggono cantieri nel mezzo di una valle, di zone rosse, di sbarramenti di polizia. L’aspetto del fantastico, del grottesco, del ridicolo mi son serviti solo per costruire l'impianto narrativo de La linea ma, in tutto il testo, dall’inizio alla fine, ci sono riferimenti a fatti realmente accaduti. Ciò che ho raccontato è reale, visibile quotidianamente. Sia io che Aladin viviamo sulla nostra pelle molte delle situazioni che ho narrato, il lavoro di fantasia, il rendere tutto metaforico è stata solamente la chiave per aprire la porta ad una narrazione che potesse coinvolgere più persone».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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