Al Comunale un Malato poco immaginario
La regista Andrée Ruth Shammah racconta l’opera di Molière in scena a Ferrara
di VERONICA CAPUCCI
P. arte giovedì con la prima nazionale di “Calendar Girls” (con Angela Finocchiaro e Laura Curino) la stagione di prosa del Teatro Abbado. Fra gli appuntamenti più attesi quello con Andrée Ruth Shammah, direttrice artistica e regista del Teatro Franco Parenti di Milano, autorevole voce della cultura ebraica, impegnata nell’organizzare eventi legati al mondo della cultura e del teatro. Sarà a Ferrara, al Teatro Comunale Abbado, dal 13 al 15 novembre con la piéce Il malato immaginario di Molière. Opera che aveva già messo in scena nell’80, in cui Franco Parenti, suo carissimo collega, recitava la parte di Argan, ruolo che ora è interpretato da Gioele Dix. Il Teatro Parenti, già Salone Pier Lombardo, viene fondato dalla stessa Shammah nel ’72, insieme a Giovanni Testori, Dante Isella e lo stesso Parenti, dal quale prenderà il nome nell’89, anno della morte dell’attore. La Shammah ci ha concesso un’intervista, nella quale parla del suo spettacolo, di società e del nostro Paese.
La sua vita è il teatro: cos’è per lei il teatro?
«Il teatro è l’unico luogo nel quale gli uomini stanno insieme ad altri senza tecnologia.Riunisce persone che arrivano con tante storie diverse, con origini e passati diversi e, all’improvviso, davanti ad uno spettacolo, diventano pubblico, un’entità unica. Questa è la magia del teatro, una cosa incredibile. Anche gli attori hanno storie diverse alle spalle, ma si uniscono dando luogo ad un’unica comunicazione. Questo è quello che succede con Il malato immaginario e con gli spettacoli ben riusciti».
Perché ha scelto di portare in scena questo lavoro?
«In realtà lo scelsi, perché la prima volta fu nell’80 e all’epoca la parte di Argan era di Franco. Lo scelsi perché il tema della nevrosi e della depressione, che sono le malattie di cui soffre il protagonista, non sono immaginarie. È un testo per i contemporanei, riguarda anche la realtà di oggi. I personaggi di Molière sono tutti nevrotici e attuali. Questa piéce è attuale e divertente, ma sotto la risata racconta tante cose».
Perché Gioele Dix nella parte di Argan?
«Gioele già partecipò allo spettacolo dell’80, dove recitava il ruolo del fidanzato, e il suo grande desiderio era ripetere l’esperienza come protagonista. Ci teneva molto ed è stato per lui un percorso importante, perché da one man show è entrato in una compagnia, e per lui è stata una cosa nuova. Abbiamo fatto percorso insieme ed è stato un lavoro interessante. Ma lo conosco da tanti anni, ed avere un buon rapporto umano aiuta».
Nella sua lunga carriera si è misurata con un insuccesso?
«Sì, con Il gigante nano, di Frank Wedekind. La scenografia era imponente, il testo difficilissimo. La figlia dell’autore venne da noi con questo testo sconosciuto, difficile da capire. L’autore quando venne a vederlo, disse “devi avere molta esperienza per aver sbagliato così tanto”. Altro discorso fu Il Timone d’Atene, l’ultima fatica con Parenti. Fu uno spettacolo bellissimo, ma il pubblico ha sentito la disperazione eccessiva di Parenti, gravemente ammalato».
Lo spettacolo è fedele al testo o subisce rivisitazioni?
«È fedele al testo, con la traduzione di Cesare Garboli, che già più di vent’anni fa era modernissima. I costumi sono senza tempo, come tutto il resto; ho solo tolto i balletti. La scenografia è di Gianmaurizio Fercioni, ispirata a un quadro di Bacon. Un tunnel nel quale Argan si isola dal mondo, tre lampadari sul fondo per far capire che siamo in una casa di ricchi. La servetta cambia leggermente rispetto al testo: è una specie di infermiera che gli sta molto vicino e che ha con lui un rapporto molto forte. Al centro della scena una poltrona, con alcune sedie attorno. Le tre lampade, oltre a evocare l’ambiente alto borghese, sono un’immagine per me forte, che mi accompagna da quando sono giovane».
Progetti futuri?
«Sto preparando Casa di bambola di Ibsen, con Filippo Timi. Darò una lettura diversa da quella tradizionale, mi permetterò di guardare Nora dal punto di vista delle responsabilità. In fondo a lei fa comodo che il marito la protegga. Timi reciterà tutte tre le parti».
L’Italia attraversa un periodo difficile: cosa manca al nostro paese per riprendersi?
«L’Italia è uno dei Paesi messi meglio d’Europa. C’è sempre più domanda di cultura, per il fatto che la popolazione sta invecchiando ed è fisiologico che con l’età aumenti questo tipo di richiesta. L’Italia ha tante risorse, dal paesaggio all’arte, ha tante chance per riprendersi».
Quali suggerimenti darebbe a un giovane che voglia entrare nel mondo del teatro?
«Ogni storia è a sé; se ha talento prima o poi qualcosa succede. Non bisogna crearsi delle priorità, nel teatro ogni ruolo è importante; se di qualità, può offrire tanto anche se sei un suggeritore o una maschera, ogni ruolo è importante. Al giovane - continua la Shammah - consiglio di non aspettare solo la parte dl protagonista, ma anche di recitare piccole parti».
Quale futuro ha il teatro nell’era dell’informatica e dei social network?
«Il teatro è sempre più importante. Per quei pochi che vanno a teatro, sarà sempre più prezioso. Tuttavia è stata la televisione a togliere in misura maggiore spettatori, più che la tecnologia. Ma il teatro non ha mai chiesto grandi numeri per esistere».
A Ferrara si svolge la Festa del libro ebraico: lei ha organizzato il I e II Festival della cultura ebraica a Milano. Ritiene che queste iniziative siano utili a divulgare la conoscenza del mondo ebraico, o siano gocce nel deserto?
«Sono gocce nel deserto indispensabili, soprattutto oggi che l’antisemitismo sta rinvigorendo, nonostante la tragedia della Shoah. Se sei nel deserto, anche un rivolo d’acqua ti può dissetare».
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