La moda degli Estensi tra guerre e pulci
Dagli zibellini di Isabella alle pelliccette di donnola di Lucrezia Borgia ecco i segni che arrivano dalle opere d’arte
di MICAELA TORBOLI
Le Guerre d'Italia funestarono per anni la Penisola. Famosa, tra le tante combattute in questi conflitti, è la Battaglia di Ravenna che si svolse domenica 11 aprile 1512, giorno di Pasqua, e nella quale il duca Alfonso I d'Este fu tra i trionfatori. Allo scontro immane, che provocò tra 15.000 e 20.000 morti a seconda delle stime, parteciparono i maggiori condottieri del tempo, su fronti opposti: tra essi, oltre al nostro Alfonso, vi furono Gaston de Foix, Fabrizio Colonna, Fernando d'Avalos, Ettore Fieramosca, Fanfulla da Lodi, Carlo III di Borbone, il Trivulzio, Federico Gonzaga, il cavalier Baiardo e Jacques de La Palice, proprio colui che originò l'aggettivo “lapalissiano”, e molti altri.
Gli estensi non erano numerosi, ma la potenza delle artiglierie alfonsiane ed il coraggio dei ferraresi (compresi i cavalli, che Frizzi sostiene fossero addestrati a ferire chi li assaliva, a suon di zoccoli), oltre al talento di stratega del duca, compensarono i loro piccoli ranghi. Per onorare la vittoria Alfonso I ordinò all'orafo Giovan Battista Leli un prezioso reliquiario dedicato al co-patrono di Ferrara, San Maurelio. Secondo altri fu un dono di sua moglie Lucrezia Borgia. Ne restano tre lastre d'argento fondamentali per molti aspetti della civiltà estense. Miracolosamente esse sono ancora a Ferrara, presso la Basilica di San Giorgio. La placca più nota (di 15x26 cm.) mostra la duchessa con le sue dame ed il piccolo Ercole di quattro anni, mentre si presentano al Santo per omaggiarlo. Lucrezia indossa una . camora decorata da strisce ricamate o di passamaneria, dalle lunghe maniche “alla ducale”. La fronte della bella è ornata da una lenza (sottile nastrino o catenina) ornata di perle che sostiene sulla nuca una scuffia lavorata a rombi per sembrare una rete, che si unisce ad un coazzone, sorta di treccia avvolta in gioie e nastri: una foggia spagnola - d'origine iberica erano sia i Borgia che Eleonora d'Aragona, madre di Isabella e Beatrice d'Este, le dame più modaiole del tempo - in voga fin dall'ultimo ventennio del Quattrocento. Al posto del solito fazzoletto ricamato, Lucrezia ed una sua ancella tengono in mano la pelliccia di una minuscola bestiola. Identificata di solito con uno zibellino od un ermellino, è più probabilmente una donnola. Troppo grande lo zibellino per aderire al modello sia pur stilizzato (si veda la famosa Antea del Parmigianino oggi a Capodimonte, del 1535, dove la pelliccia copre la donna dalla spalla alla vita), troppo corta la coda per essere un ermellino. Semplificando si definiva l'accessorio Zibellino "da man o da collo" cioè da portare in mano o indossare come una bandoliera ovvero ornamento agganciato alla cintura grazie ad una lunga catena, ma poteva essere fatto da una pelle di altri mustelidi, come ermellino, faina, furetto, donnola, martora, visone, tutti animali spesso confusi tra loro.
A volte lo si trova come sghiratto, specie in àmbito veneto, o maneza, specie di manicotto indossato di solito dalle non più giovani. La tomba di Beatrice d'Este (morta di parto nel 1497) nella Certosa di Pavia, opera di Cristoforo Solari, mostra la defunta con le mani coperte dalla pelliccetta marmorea, quasi a volerle infondere calore.
Nel 1490 Isabella d'Este, sempre all'avanguardia, chiese ad un amico di procurarle «uno zebelino con l'ossa del capo»: la testa veniva infatti imbalsamata e ricoperta da una replica in metalli nobili e pietre di pregio, così come le zampette. Alcune testoline auree sono rimaste, e la più bella, incrostata di perle, gemme e smalti policromi, è al Walters Art Museum di Baltimora. Nell'inventario datato 1516-1519 delle gioie di Lucrezia Borgia (Archivio di Stato di Modena) compare «Uno zebellino cum la testa di oro battuto cum uno annello in bocca attaccato ad una catena in oro cum la uncino dall'altro cappo», ma non si tratta dell'oggetto inciso sulla placca ferrarese, che non ha la catena.
La presunta capacità di attrarre le pulci ha dato il nome all'accessorio in Germania, dove si chiama Flohpelz (da Floh=pulce + Pelz=pelliccia; in inglese è Flea Fur). Non è chiaro se ci si illudesse davvero che la pelliccetta potesse liberare dalle pulci, e molti studiosi oggi rifiutano questa idea che sembra non sia documentata. Pare comunque che il primo a usare il vocabolo sia stato lo storico Wendelin Boeheim, ormai già nel 1894. In effetti le pulci sono attratte dalla percezione del sangue e della pelle dell'ospite e non dalle sue parti pelose.
Le pulci mordevano tutti, ricchi e poveri, accomunati da scarsa igiene. Purtroppo sono anche vettori od ospiti intermedi di malattie talora mortali, come la peste. E scoppiavano le epidemie. Nella pittura dei secoli scorsi non è rara l'immagine della donna che si spulcia (ad esempio nel celebre quadro di Georges de la Tour), in poesia lo stesso, si legga John Donne. Secondo l'esperta Elisabetta Gnignera, che ho interpellato, ancora non abbiamo appigli per mettere una parola definitiva sulla questione Flohpelz, che rimane aperta: il miglior studio sul tema è di Tawny Sherrill, Fleas, Fur and Fashion: Zibellini as Luxury Accessories of the Renaissance, «Medieval Clothing and Textiles» 2, 2006, a cura di R.Netherton/G.R. Owen-Crocker, pp.121-150.
Si diceva della donnola come più credibile candidata per la pelliccetta di Lucrezia. Alcuni mustelidi hanno fin dall'antichità generato simbolismi complessi. La credenza era che la donnola concepisse attraverso l'orecchio e partorisse dalla bocca, altre volte il contrario. La prima versione fu accettata dai cristiani per similitudine con l'atto dell'arcangelo Gabriele che annunciava a Maria la nascita futura di Gesù. Questa idea era tanto bizzarra da essere smontata pure da Isidoro di Siviglia (Etimologie XII,III,3) ma si mantenne anche sull'autorità di Ovidio, che nelle Metamorfosi ne perfeziona i contorni: nel libro IX si parla della nascita di Ercole (eroe prediletto degli Estensi), figlio di Giove e della mortale Alcmena, un parto reso difficilissimo dall'ostilità di Giunone tradita dal marito, la quale chiamò Ilitia «che veglia sulle trepide partorienti» per impedire che il piccolo venisse alla luce. L'intervento di una furba fantesca, Galanti, sbloccò la situazione, costandole però la natura umana, perché le dee irose la trasformarono in un animale mai citato per nome da Ovidio, che dice solo che partoriva dalla bocca. Una donnola, dunque. Il libro IX del testo ovidiano appare molto significativo per gli Estensi potendo essere adattato alle dolorose vicende di madre di Lucrezia, tra continue gravidanze, aborti e figli morti in fasce. Ma dal libro IX è tratto anche il motto araldico AB INSOMNI NON CUSTODITA DRACONE adottato dal figlio di Lucrezia, il cardinale Ippolito II; lo stesso libro è la fonte primaria del magnifico quadro del Garofalo, Apoteosi di Ercole (oggi proprietà del principe Hans-Adam II von und zu Liechtenstein) che un altro figlio di Lucrezia, il medesimo Ercole d'Este effigiato bambino sulla placca del Leli, volle per sé una volta divenuto duca.
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