La Nuova Ferrara

Il collezionismo estense, virtù da sfruttare

di ANDREA SAMARITANI
Il collezionismo estense, virtù da sfruttare

Dopo l’accordo sulle Gallerie di Ferrara ed Emilia, lo storico Toffanello ci porta nel Palazzo dei Musei di Modena che ospita opere di ferraresi

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FERRARA. Bisogna salire al quarto piano del maestoso Palazzo dei Musei di Modena per entrare nella prestigiosa Galleria Estense, da poco tempo riaperta dopo importanti lavori di restauro e messa in sicurezza indispensabili dopo il sisma del 2012. Un viaggio ‘necessario’ dopo la firma dellaccordo sulle Gallerie Estensi che accorpa Pinacoteca nazionale dei Diamanti di Ferrara, museo modenese e Palazzo Ducale di Sassuolo.

Mi accoglie Marcello Toffanello, storico dell’arte e curatore delle collezioni di pittura e scultura del Trecento e Quattrocento e dei ferraresi del XVI secolo. Toffanello è ferrarese doc e da tre anni, tutti i santi giorni, ripercorre la stessa strada che fecero le opere che nel 1598, con la devoluzione che tutti conosciamo, vennero trasferite da Ferrara a Modena. Chi meglio di lui, oggi, ci può dunque far entrare nel cuore del collezionismo estense?

«La Galleria Estense ospita una delle più grandi e prestigiose raccolte dinastiche dell’Italia preunitaria, frutto di una passione collezionistica sviluppatasi ininterrottamente dall’epoca dell’Umanesimo alla metà dell’Ottocento», premette con orgoglio la mia guida, prima di accompagnarmi attraverso le sale del museo.

Da qui in poi sarà tutto uno snocciolare di nomi dei principi e duchi estensi, vicende storiche ed artistiche, scoperte critiche, attribuzioni e interpretazioni utilissime non solo agli amanti dell’arte ma anche agli storici che possono trovare in molte opere commissionate dalla corte estense conferme ad ipotesi e ricostruzioni. Chiedo a Toffanello di soffermarsi solo sui capolavori provenienti da Ferrara: non basterebbe infatti un intero numero del giornale per illustrare ai lettori della Nuova Ferrara le collezioni dell’Estense, dalle sculture romane un tempo conservate nell’antiquarium del Castello Estense ad alcune notevolissime tele del Guercino, passando attraverso le opere di Bernini, Velàzquez e Guido Reni che hanno dato fama internazionale alla Galleria.

«Il Sant’Antonio di Cosmé Tura, ad esempio, è una delle ultime opere dipinte dall’artista. Nonostante sia stata realizzata per un membro della casa d’Este attorno al 1485, la grande tavola è giunta in Galleria solo nel 1906, acquistata dal Ministero in occasione della dispersione della quadreria Santini di Ferrara. Ora è una delle opere più ammirate del museo», mi spiega emozionato Toffanello, sottolineando come «in questo capolavoro estremo, Tura mostra di essere rimasto coerente fino all’ultimo ai suoi principi artistici, facendo convivere una concezione scultorea della figura umana ed un’esatta costruzione prospettica di stampo rinascimentale, con un senso della forma di origine ancora medievale. La visione ravvicinata del meraviglioso paesaggio crepuscolare minutamente dipinto sullo sfondo - una specie di giapponeseria ante litteram - meriterebbe poi da sola un viaggio a Modena».

A fianco di questa opera grande ce n’è una piccola di dimensione ma non meno importante come lettura. Lucrezia, Bruto e Collatino, è una tavoletta alta meno di mezzo metro, dipinta da Ercole de’ Roberti con l’aiuto di Giovan Francesco Maineri negli anni della mitica Officina Ferrarese. Qui la virtuosa Lucrezia ha le sembianze della duchessa di Ferrara, Eleonora d’Aragona, per la quale fu dipinta attorno al 1490. «Probabilmente da allora non ha mai lasciato le raccolte estensi», commenta la nostra guida.

La visita prosegue per i corridoi e le sale che alternano con equilibrio e garbo tele, tavole, sculture e oggetti d’arte decorativa, su sfondi dai colori tenui, pensati e calibrati per evidenziare le opere: il tortora per esaltare i capolavori, l’avorio alle pareti e il grigio chiaro negli stacchi tra una sala e l’altra.

Toffanello mi chiede di fermarmi nella tredicesima sala, perché qui siamo proprio nel cuore del collezionismo ferrarese del Cinquecento! Due busti in marmo occupano la scena da protagonisti: quello di Alfonso I d’Este di Alfonso Lombardi e quello di Ercole II d’Este realizzato da Prospero Sogari Spani. Nella parete di fronte c’è il più bel dipinto di Dosso Dossi: Madonna col Bambino e i santi Giorgio e Michele Arcangelo, che Toffanello definisce la più bella opera religiosa del maestro ferrarese, invitandomi ad ammirare alcuni particolari della enorme tavola scaturiti dalla rigogliosa fantasia poetica di Dosso: gli sfavillanti colori delle ali dell’Arcangelo, il rigoglioso paesaggio, i prodigiosi fenomeni celesti che accompagnano l’apparizione della Madonna e la curiosa invenzione della spirale di fumo, che esce dalla bocca del diavolo sconfitto.

Nella parete a sinistra ci sono cinque intriganti tavole a forma di rombo, divertenti ed ancora oggi un po’ enigmatiche. Raffigurano l’Ebrezza, la Seduzione, l’Amore, la Conversazione e la Musica. L’autore è sempre lui, Dosso Dossi, che le ha realizzate per Alfonso I d’Este, per decorare il soffitto della camera che il duca anticonvenzionalmente aveva voluto collocare sulla chiassosa via Coperta di Ferrara, tra il Castello ed il Palazzo Ducale. La serie di figure non è completa, ne mancano quattro, una è in Ungheria, una a Venezia, una riapparsa da poco nel mercato antiquario e la nona è dispersa. La storia dell’arte è sempre aperta, si snoda e si sviluppa attorno al peregrinare delle opere, alle loro vicende, alle più recenti interpretazioni e traccia itinerari sempre nuovi.

Così come la storia che sta dietro l’Allegoria della Pazienza, esposta nella parete destra, di Camillo Filippi aiutato dal figlio Sebastiano (meglio conosciuto come il Bastianino). «La Pazienza è qui raffigurata secondo il nuovo modello iconografico proposto da Giorgio Vasari: incatenata a una roccia attende che le gocce stillanti da una clessidra ad acqua la liberino corrodendo il ferro», mi fa notare Toffanello, aggiungendo che la Pazienza era l’emblema personale di Ercole II d’Este, il quale aveva commissionato questa tela per la torre di Santa Caterina nel castello di Ferrara.

Al centro della sala c’è una affascinante Arpa doppia, in legno d’acero, pero e cirmolo, decorata con tempera, lacca e doratura. Commissionata nel 1581 da Alfonso II, venne realizzata a Roma ma poi decorata a Ferrara dal pittore Giulio Marescotti, aiutato dal Bastarolo e da altri artisti di corte, che insieme formavano un cenacolo di artisti abituati a lavorare in èquipe, un modello di bottega tipico della corte estense fin dai tempi dell’Officina quattrocentesca. Il nostro giro nel Palazzo dei Musei modenese prosegue nelle grandi e spaziose sale centrali, dove è un tripudio di pale d’altare e dipinti profani d’autore: El Greco, Tintoretto, Bononi, Scarsellino, Carracci, Tiarini, Cavedone, Procaccini e tantissimi altri.

Il viaggio a Modena è completamente appagato, non solo per ammirare i capolavori dei maestri ferraresi, ma anche per capire meglio certi passaggi del collezionismo estense. Mi fermo sul pianerottolo dello scalone all’entrata della galleria a parlare con Toffanello del futuro delle collezioni. Il progetto approvato di recente dal Ministro Franceschini è stato quello di fare ‘rete’ tra i musei di Ferrara, Modena e Reggio Emilia, riunendo nuovamente, da un punto di vista artistico e culturale, le tre province emiliane che costituivano l’antico ducato. L’intento è promuovere in sinergia le collezioni, comprese quelle nei depositi, e progettare insieme mostre ed eventi, accedendo anche a fondi europei. In questo modo si è superata la dicotomia fra Comune e Stato, favorendo processi di collaborazione tra strutture museali, per promuovere in un’ottica internazionale questo patrimonio comune. E far così rivivere i fasti del collezionismo estense.

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