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Vita da incubo e fuga dalla Corea del Nord: 12 anni da clandestina

Vita da incubo e fuga dalla Corea del Nord: 12 anni da clandestina

La giovane scrittrice costretta a nascondersi anche in Cina A lei è andata bene, altre donne invece finiscono schiave

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Hyeonseo Lee ha 35 anni ma ne dimostra dieci di meno nonostante le peripezie che ha vissuto. Minuta, elegante, quando inizia a raccontare la sua storia, il pubblico del Festival di Internazionale a Ferrara viene sferzato da un’onda di energia. Se sei fuggita a nuoto in Cina dalla Corea del Nord, rischiando che tutti i tuoi famigliari venissero uccisi per la tua trasgressione, il coraggio non ti manca e la vita è tutta davanti. Hyeonseo ha vissuto dodici anni in clandestinità – La Cina è complice del Giovane Leader Kim Jong-un e i cittadini che proteggono i fuggiaschi sono puniti – quindi è rientrata in segreto nel suo paese per mettere in salvo madre e fratello. La sua vita in Corea in fondo era privilegiata. Il patrigno era un ufficiale dell’aeronautica – viaggiava ma non ha mai raccontato nulla di quel che ha visto all’estero, pena la morte – e la sua famiglia era provvista di tutto. Dopo la scuola non seguiva lezioni di musica o sport ma si esercitava nelle estenuanti prove dei giochi di massa, per realizzare le gigantesche coreografie in cui sono impegnate centinaia di persone nei giorni di festa. I bambini venivano cresciuti con la paura dell’attacco nucleare americano e a scavare tunnel sotterranei, con il rischio di restare soffocati. I libri arrivavano tradotti, in genere erano classici, oltre alle opere di Lenin e Marx, ma molto spesso interi capitoli avevano le pagine incollate dalla censura. La sua fortuna è stata quella di abitare al confine con la Cina. Le famiglie da una parte e dell’altra del fiume si conoscevano, si incontravano quando il fiume gelava e si scambiavano doni: la principale forma di informazione sul resto del mondo di Hyeonseo. Oltre le tv cinesi che riusciva a captare, chiudendosi nella sua cameretta oscurando tutti i vetri perché nessuna luce dello schermo potesse filtrare. Prima di vedere le immagini della tv pensava che la Corea del Nord fosse superiore alla Cina in tutto e per tutto: «Fu una assoluta sorpresa scoprire che la notte le strade erano illuminate e le persone viaggiavano». Ma il vero choc è arrivato in seguito alla terribile carestia che ha colpito il paese: «Ho visto le persone morire per strada di stenti, letteralmente. Persone che si trascinavano in città dalla campagna in cerca di cibo. Per me fu semplicemente incredibile. Poteva capitare di vedere persone impiccate per nulla in strada, ma la fame non poteva esistere nel mio paese». A questa condizione, si aggiungeva il terrore dei delatori. Capitava ogni giorno che qualche vicino di casa sparisse e che la colpa di un singolo ricadesse per generazioni sulla famiglia, condannata al disprezzo del regime e alla povertà: «Mia madre ci intimava di non parlare mai con nessuno di quello che si diceva in casa». Una volta attraversato il fiume, Hyeonseo è diventata a tutti gli effetti una profuga, in balia di chi l’ha aiutata, cambiando sette volte identità. «Quando la polizia mi cinese mi ha presa, ho superato tutti i test e gli interrogatori perché avevo imparato a parlare e scrivere correttamente il cinese. È stata la mia fortuna». Ma non sempre va così. Sono centinaia le donne nordcoreane che attraversano il confine e finiscono schiave di ricchi cinesi, comperate e scambiate al mercato degli esseri umani senza più patria e protezione.

A loro e alle loro storie Hyeonseo sta dedicando il prossimo libro. Lei che ha oltrepassato quel fiume per curiosità, pensando che tanto poi sarebbe tornata a casa.

Tina Guiducci

Hyeonseo Lee (con David John), LA RAGAZZA DAI SETTE NOMI, Mondadori, pagg. 350, trad. S. Cherchi

euro 20

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