La Nuova Ferrara

La Grande Guerra narrata con le tavole di Beltrame

Venerdì nell’atrio del Municipio inaugura la seconda tranche dell’esposizione “Lasciaci in silenzio” propone tante scene di fatica, sofferenza e repressione

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“Edizione della sera! Della sera! Della sera! / Italia! Germania! Austria!”, attaccava così l’emblematica lirica di Vladímir Majakóvskij, con la stessa foga sensazionale con cui gli interventisti strillavano in piazza. E il poeta russo vi si opponeva per evitare che gocciolassero ancora “lacrime di stelle come farina in uno staccio” da quelle insensate baionette.

La Grande Guerra fu un lutto planetario, perciò l’afflato degli intellettuali che replicarono in direzione ostinata e contraria fu altrettanto esteso. Parimenti, ed al contempo per fare il verso al cartaceo sotto i riflettori della Residenza municipale di Ferrara, è stato deciso di intitolare la seconda tranche dell’esposizione dedicata alle tavole firmate da Achille Beltrame con un’invocazione reboriana: “E Beltrame disegnò la Grande Guerra. Lasciaci in silenzio”, in negativo mirata alla guerra che non deve più attecchire nell’animo dell’essere umano e, in positivo, diretta alla pace.

La mostra, accuratamente elaborata ed installata da Federica Poggi, inaugurerà venerdì 6 novembre, nell’atrio del Municipio di Ferrara, per poi essere smontata il 23 dello stesso mese. Una speranza tradita a qualsiasi ora da qualsiasi telegiornale, la pace mondiale, un’utopia che si rafforza attraverso il deposito spirituale degli autori selezionati: insieme alle copertine che il famoso illustratore realizzò per il settimanale del “Corriere della Sera” dal 1915 al 1918, appaiono sia in prosa sia in poesia le testimonianze di chi fu trascinato nell’oscurità delle trincee. La collezione originale degli esemplari esposti appartiene all’archivio dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra (Anmig di Ferrara), presieduta da Giorgio Pancaldi.

“Lasciaci in silenzio”, da non aver preso in considerazione, durante la curatela, le scene di repressione e di rappresaglia; bensì i frangenti di fatica e di sofferenza, come le infermiere che dagli ospedali adattati alle circostanze, imbracciavano i fucili per aiutare i soldati a resistere, o nell’impiego sprezzante degli animali. Le maschere a gas, imposte persino ai cani da esplorazione e ai cavalli da carica, nonché gli elmetti metallici furono simboli di una guerra distruttiva dove non c’era spazio per il valore individuale e la tecnologia era diventata lo strumento dell’annullamento comune. Tuttavia, permise un’evoluzione interiore a coloro che compresero il conflitto, non avesse risolto il problema economico e sociale dal quale era esploso, ma avesse solo reso l’esistenza più precaria. La necessità di rinnovate fondamenta morali, di una riparazione collettiva provenne proprio dalla scrittura e da chi - senza precipitazioni - impugnava una penna per educare. La nostra Alda Costa, più che mai attuale, si distinse in un’intervista asserendo che “questa povera anima di fanciullo è ormai insidiata da immagini di violenza e di sangue. Tutto parla alla mente del fanciullo della follia e della violenza”, talmente che l’insegnante se la prese pure con le incisioni de “La Domenica del Corriere”. Una voce tanto intransigente quanto integerrima, che intendeva favorire “quei sentimenti di vera fratellanza che dovranno pure un giorno governare il mondo”.

Anna Quarzi

e Matteo Bianchi

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