Con Alfieri, Cirelli e Bacilieri Spina ritrovò l’antico primato
Per anni gli studiosi furono convinti della superiorità di Felsina, poi Bologna Il prof arrivò da Loreto e si innamorò di Ferrara, seguito da medico e assessore
Giovanni Boccaccio nell’arco di sei anni, dal 1360 al ’66, elencò quelli che, nell’antichità, erano considerati i ‘siti’ più noti, traendoli dalla letteratura di Plinio il Vecchio e, dei suoi predecessori. Focalizzando questa ricerca, sulla foce del Vatreno, poi Santerno, quindi Po di Primaro (prima Eridano...de montibus, de flumnibus). Gian Francesco Bonaveri di Bologna, mentre esercitava la professione di medico a Comacchio, nel XVIII secolo identificò in Valle Trebba, la necropoli e, nell’isola di Menate, l’abitato di Spina. Cosa che, nel XV secolo, sia Flavio detto il Biondo di Forlì, il quale aveva una casetta nell’argentano che, l’amico di Ravenna, Desiderio Spreti, avevano già classificato. Le loro voci non furono ascoltate e anche gli storici ferraresi, si trovarono in una strada senza uscita. Carlo Baruffaldi asseriva che le vestigia di questa città erano sommerse nelle lagune di Comacchio e, inoltre, non erano disponibili dati archeologicamente certi. Per Antonio Frizzi, oltre alla mancanza di un’esatta interpretazione della formazione deltizia, vi era pure l’impossibilità di delimitare questa antichissima spiaggia. È negli anni ’70 dell’800 che il “lido etrusco”, per merito di carte geoderiche concesse dall’Istituto Viennese, permise ad Elia Lombardini, noto ingegnere idraulico, di essere tratteggiato. Il territorio così definito partiva da Taglio di Po e arrivava a Sant’Alberto, passando per Valle Trebba e Caldirolo. Lombardini, anche se fuggevolmente, unì il suo pensiero a quello di Strabone, il quale inoltre, indicava anche Longastrino, come “sito spinetico”, poiché il tratto di 90 stadi sarebbe veritiero, se si considera quindi il percorso da Valle Trebba a Longastrino.
Nel XXVII canto dell’Inferno Guido da Montefeltro chiede a Dante quali fossero le signorie che vi erano in quel tempo, quando Argenta, aveva il Po ed egli gli rispose: “Ravenna sia, com’è stata molt’anni l’aguglia Da Polenta, la si cova si che Cervia ricuopre dei noi vanni...La città del Lamone e del Santerno, conduce al Lioncel dal nido bianco che muta parte dalla state al verno”.
Una mossa a una situazione di stallo la dà la villanoviana ed etrusca Bologna la quale, sempre nella seconda metà del XIX secolo, vede pure la scoperta della zona etrusco-gallica di Marzabotto. Gli archeologi bolognesi Brizio e Ghirardini, non consideravano interessante l’argomento Spina poiché, se fosse stata di primaria importanza, non sarebbe stata considerata (secondo loro) vassalla di Felsina, antico nome di Bologna. Dopo Ghirardini occupò la cattedra di archeologia dell’Università di Bologna Pericle Ducati che, dapprima contrario all’importanza delle scoperte di Valle Trebba, si ravvide poi, mantenendo però la superiorità felsinea.
Chi credette ed ebbe la possibilità di dimostrare quanto pensava, poiché fu iniziatore degli scavi di Valle Trebba, era il Negroli che, recatosi a casa di Giovanni Pasetti a Ferrara, ebbe modo di commentare i 4 vasi provenienti da Portomaggiore che, il collezionista possedeva (Frizzi vol.I cap.16, pg. 93 e 114). Pertanto Spina, venne considerata città greca, per la flotta mercantile che, ne aveva decretato l’apice commerciale nel VI secolo a.C, quanto il tracollo, avvenuto sul finire del IV sec. a.C. Le merci che venivano commercializzate in Adriatico erano trasportate su navi battenti bandiera greca, poiché non esistevano porti etruschi né quindi una flotta mercantile etrusca in tal mare.
Il famoso frammento 17, trattato nel manuale Preudo Scilace - periplo dei naviganti, si occupa di Spina e in particolar modo dei Celti, i quali occupavano un ristretto ambiente a nord della città, la quale si estendeva fino ad Adria. Sono passati quasi 26 secoli da quando l’ubicazione della popolazione celtica, fu più definita territorialmente ed è praticamente impossibile ritrovare quel corridoio che avrebbe unito, oggi, l’Emilia Romagna con il Veneto. Ci restano ad individuare quel territorio, solo i toponimi dei paesi: Pelagallo, Fragallia, Roncodigà, Fiscalia che circondano Tresigallo; nonché Le Gallare, Massa Fiscaglia e Tresigallo. A queste indicazioni e alla sequenza delle popolazioni che si palesavano dal “periplo - Preudo Scilace”, mai è stata riservata l’attenzione dovuta, anzi all’origine terminologica gallica è stata contrapposta quella etimologica molto semplice che attribuisce a tali citati nomi, i prodotti autoctoni di quella terra. Altro frammento ancora meno noto del 17, il 18, è cifrato nel periplo - Scilace che, subì gli ultimi aggiornamenti dai naviganti, tra il 390 ed il 373 a.C. In esso si precisa che i Celti, rimasero nei territori citati sino alla presa di Roma del 390 a.C, da parte dei Galli, subendo così le “strateias”, cioé l’irruente invasione gallica. I Celti abitarono quindi l’Adriatico ma non Senigallia, la quale sarebbe sorta dopo l’ultimo aggiornamento del preudo - Scilace, quindi, come riferisce il Colucci, dopo il 373 a.C.
Nereo Alfieri, fu continuatore e ricercatore della zone spinetica. D’origine marchigiana, nacque nel 1914 a Loreto (An) e morì a Ferrara il 10 dicembre ’95, città nella quale arrivò ad occupare la cattedra di storia dell’arte al liceo Ariosto nel ’47. Proprio a Ferrara gli venne conferita la cittadinanza onoraria per “meriti in campo archeologico”. Nel ’63, nonostante la nomina a professore dell’Ateneo di Bologna e l’insediamento al Museo di Spina - Palazzo del Ludovico il Moro in XX Settembre, rimase legato a Ferrara. Alcune sue scoperte avvennero dopo la bonifica idraulica dei territori, effettuata da parte dello Stato e, quella agraria da parte di Comuni. La stagione dei lavori a Spina, si svolse tra mille difficoltà tecnico-legislative che permisero, sotto la sua direzione, di approfondire gli scavi nella necropoli di Valle Pega-Trebba e nella Spina abitata.
Altra persona di cui è sempre emozionante parlare, poiché anch’egli è legato indissolubilmente alla storia di quelle zone, è Renzo Cirelli, medico specializzato nella cura dei bambini e grande studioso che spese ogni attimo della sua vita per approfondire e prevenire le malattie, già nel periodo neonatale. Cirelli era innamorato della sua terra, tanto da prodigarsi anche per favorire gli scavi di Voghenza, oltre che per altri tipi di manifestazioni, proseguite grazie all’impegno del professor Ottorino Bacilieri, deceduto da poco. Cirelli si distinse anche dal punto di vista culturale, dando vita a premi, associazioni, (fu attivo anche nella Spal) ma, soprattutto, fu ideatore nel 1979 del Museo Archeologico (poi Museo civico di Voghiera, dopo essere stato trasferito a Belriguardo), dopo aver impugnato per primo cazzuola e paletta, insieme allo stesso Bacilieri ed a don Primo Cristofori. Cirelli, cimentatosi anche nell’arte pittorica, era nato il 14 marzo 1926, fu stimato medico del Comune di Voghiera ed anche medico condotto. Lasciò la moglie Adriana ed il figlio Gian Luigi, a causa di un malore, il 5 settembre 1987. Egli aveva compreso l’immenso tesoro che si trovava nel territorio di Voghiera e, sicuramente, al pari di Nereo Alfieri ed ora anche Bacilieri, rimarranno eternamente nella memoria e nella storia.
Mirella Golinelli
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