Capolicchio ci racconta la grande magia del Delta
L’attore de “Il Giardino dei Finzi Contini” e “La Casa dalle finestre che ridono” ha partecipato ad una serata sul cinema a Lagosanto annunciando novità
di MARIA ROSA BELLINI
Q. uella passata, alcuni giorni orsono, alla sede del cineclub Fedic Delta del Po, intitolato a Florestano Vancini, a Lagosanto, sarà una serata che il presidente Carlo Menegatti, il direttivo e i soci che hanno presenziato ricorderanno per molto tempo, grazie alla presenza del noto attore Lino Capolicchio. Puntuale all’appuntamento con il club laghese, Capolicchio, prima di raccontarsi e conversare con il pubblico, sul palco e poi a livello conviviale, ha visitato la sede, osservando con i suoi inconfondibili occhi chiari, nei quali si vede ancora il volto di Giorgio, l’attore principale del film culto e pluripremiato di Vittorio De Sica, Il Giardino dei Finzi Contini o quelli del restauratore, tormentato, esperto d’arte, nel sempre intrigante e pauroso lungometraggio di Pupi Avati, La Casa dalle finestre che ridono e molti altri film di successo che hanno fatto dell’attore di origini altoaltesine uno dei migliori interpreti a livello nazionale.
Presentato dalla professoressa Anna Quarzi e da Menegatti, Capolicchio ha ricordato alcuni aneddoti della sua vita, come quando De Sica, al termine di una scena madre del film lo ha apostrofato con un: “Guagliò, tu tieni talento!”.
Intenso il ricordo della mancata partecipazione a Profondo Rosso, sua doveva essere la parte di Tony Musante, ma un gravissimo incidente stradale dove rimase gravemente ferito né impedì l’interpretazione.
Capolicchio non è solo attore, ma anche regista, sceneggiatore e docente, con la cattedra di recitazione, negli anni ’80, al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, che per scelta non ha prestato il proprio volto e la propria arte alla pubblicità, ma si è sempre più addentrato nel mondo del teatro, fino a dirigere anche opere liriche. Ad omaggiarlo a Lagosanto c’era anche il tenore mantovano Salvatore Ragonese, interprete della Boheme di Capolicchio, replicata per cinque anni.
Maestro, quale film le sarebbe piaciuto interpretare e quale invece dirigere?
«Come interpretazione Il Deserto dei Tartari, senza ombra di dubbio. Volevo acquistarne i diritti, però erano già stati acquisiti. Come regista mi sarebbe piaciuta la paternità di Barry Lindon».
Lei non ha fatto pubblicità per scelta e pochissima televisione; perché?
«Oggi in televisione non comandano più gli uomini di cultura, ma i manager della pubblicità. Questo è terribile, così si uccide il cinema, non si va da alcuna parte. Io - aggiunge - sono dell’idea che sempre e comunque dove c’è la qualità c’è anche la bellezza».
Quanto contano, oggi, gli agenti, nel mondo dello spettacolo?
«Gli agenti sono sempre più importanti e dettano le regole. In questi ultimi anni sono diventato un pessimista per quanto riguarda un futuro di qualità del cinema italiano. Per ritrovare bellezza, idee, genialità cinematografica, a mio avviso, si dovrebbe tornare al cinema muto».
Preferisce la regia cinematografica o teatrale?
«La regia cinematografica è complessa, migliaia di problemi, di tutti, da risolvere, in fretta e bene. Quella teatrale la preferisco, anche se più cerebrale e studiata».
Lei ha girato spesso nel Delta del Po, cosa la lega a questo territorio?
«Il Delta ha questa capacità, quasi magica, di donarti la sensazione, quando sei qui, di sentirti positivamente isolato, fuori dal mondo, in una sorta di magia, un incanto».
Si dice che sta lavorando ad un nuovo progetto cinematografico e che il Delta potrebbe esserne parte è vero?
«Qualcosa di vero c’è, ma per scaramanzia - risponde Capolicchio preferisco essere riservato su questo tema».
La sua autobiografia sulla quale sta lavorando, a che punto è?
«Dovrebbe essere pubblicata tra la fine del prossimo anno e l’inizio del 2017».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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