La Nuova Ferrara

il racconto di vincent zandri - seconda puntata

A tu per tu con “Lady di ferro” dopo il tentato suicidio

A tu per tu con “Lady di ferro” dopo il tentato suicidio

Occhi grigio-blu che appartengono a una donna sulla quarantina, piccola quanto determinata, conosciuta con il nome di Suzanne Bonchance, meglio nota nell’ambiente letterario come “Lady di Ferro” per...

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Occhi grigio-blu che appartengono a una donna sulla quarantina, piccola quanto determinata, conosciuta con il nome di Suzanne Bonchance, meglio nota nell’ambiente letterario come “Lady di Ferro” per via di un tirapugni che tiene sempre in bella vista nel suo studio. Sono seduto di fronte a lei su una poltrona di pelle nera, ed eccolo lì il tirapugni, proprio davanti ai miei occhi, sulla scrivania. Una scrivania così lunga e larga che ci stanno sopra almeno una decina di manoscritti, e oltre a quelli tutte le foto incorniciate della Lady di Ferro, disposte in modo tale che i visitatori possano vederle bene. Foto di lei seduta in un caffé di Parigi insieme a Salman Rushdie. Foto di lei che balla in modo provocante con Jackie Collins. Foto di lei agli Oscar sul red carpet, con Brad e Angelina solo qualche metro più indietro. Foto di lei a fianco di Michelle e Barack Obama, con un’enorme bandiera americana alle spalle. Prendo la valigetta di pelle che ho sulle ginocchia, la appoggio per terra e guardo di nuovo il tirapugni.

“L’ha mai usato?” chiedo, indicando con un cenno del capo quell’arma illegale da guerriglia urbana mentre lei si accomoda nella sua poltrona girevole in pelle. Il caschetto nero le cade perfettamente sulle spalle, perfettamente scolpite. Stamattina le sue spalle perfette sono coperte da una giacca grigia perfettamente su misura che si abbina perfettamente a una minigonna grigia e a un paio di stivali di pelle al ginocchio. Sembra la figlia di Sophia Loren nel fiore degli anni e di Jennifer Aniston ai tempi di Friends - cioé, se mai si fossero accoppiate. I suoi vestiti perfetti e all’ultima moda costano molto di più di tutti i Levi’s e le magliette girocollo in puro cotone che ho nell'armadio. D’altra parte io non sono un agente letterario di successo.

“Le piacerebbe vedermelo indosso?” chiede, e un vago sorriso di un bianco perfetto prende forma sulle sue labbra rosse.

“Quello e nient’altro”, rispondo. Moonlight l’ambiguo. O Moonlight lo sporcaccione? Colta alla sprovvista, sospira e sbatte le palpebre come fanno le donne di classe quando restano folgorate dalla mia simpatia e dal mio fascino.

“Mi avevano parlato del suo senso dell’umorismo”. Fa un respiro, e imperturbabile prosegue: “e del suo...”. Si punta l’indice alla tempia destra, come a simulare una pistola.

“Nessun problema, lo può dire, visto che tra le altre cose è l’agente letteraria perfetta”.

“Suicidio”. La parola le esce con un marcato accento britannico, quasi quella donna nata e cresciuta a New York venisse da Londra.

“Fallito suicidio, per la verità. All’ultimo non sono riuscito ad andare fino in fondo. Mi dia pure del fifone”.

“Ma ne porta le cicatrici, emotive e fisiche”. L’affermazione suona come una domanda.

Vincent Zandri

2, continua

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