I luoghi dell’abbandono Un mondo da riscoprire
Intervista al creatore e titolare dell’omonima pagina Facebook e associazione Vezzaro: «In questi posti cerco di immaginare la vita di chi ci abitava o lavorava»
di IRENE LODI
I. l fotografo Devis Vezzaro è venuto a Ferrara alcuni giorni fa per visitare luoghi abbandonati in città e provincia. Dopo aver fotografato il palazzo degli Specchi, alcune aree sul litorale e l'immancabile ex ospedale psichiatrico infantile di Aguscello, ci ha parlato di questa sua attività.
Com’è iniziata la passione per i luoghi abbandonati? Mai capitato di avere paura?
«Ero a Lecco per lavoro - dice -, è cominciato tutto per caso: dopo aver letto un articolo di giornale su una città completamente abbandonata, ho pensato di ricercare i posti dimenticati. Cerco di andare sempre al mattino, di solito non ho particolari problemi. Ma la prima volta che mi sono trovato davanti degli abusivi ho avuto paura: ero in una discoteca abbandonata nel Vicentino, e mentre fotografavo ho visto alcune ombre avvicinarsi nel buio; sono scappato immediatamente! Inoltre, ho visitato quattro dei luoghi più infestati d’Italia, ma non ho trovato alcun fantasma… Forse quando li incontrerò smetterò di fare questo lavoro!».
Qual è adesso il rapporto con gli eventuali abusivi?
«Adesso ho quasi più timore le volte in cui non trovo persone. Nel tempo ho imparato a gestirli: mi fermo dal fare fotografie e mi metto ad ascoltare le loro storie. Abbiamo stabilito un equilibrio, io non invado i loro spazi ‘privati’, e loro mi lasciano fare. Ho notato che ci sono tre tipologie di abusivi: i tossici, che restano giusto il tempo di bucarsi e portano solo qualche cartone e lattina; gli immigrati dell’Est che tendono a ricreare un ambiente casalingo; gli africani, che spesso stanno in una condizione più disagiata. Il 90% di loro sono maschi, la cosa brutta è che trovo moltissimi italiani, padri di famiglia caduti in disgrazia, divorziati che non riescono più a pagare gli alimenti… Più d’una volta mi sono sentito di lasciar loro il poco denaro che avevo in tasca: quello che per noi è un lusso può farli mangiare una settimana».
Che cosa danno questi posti che non trovi nella vita?
«Soprattutto tranquillità. Lavorando ad eventi, manifestazioni e locali notturni, mi rilassa. Di solito utilizzo il tempo per pensare, essendo in solitudine ricerco le sensazioni di questi luoghi, più che l’inquadratura perfetta. Quando sono nelle fabbriche mi soffermo a leggere negli archivi, quando visito le case abbandonate penso a chi ci ha vissuto, cerco di focalizzarmi la loro vita».
Progetti futuri?
«Sicuramente il viaggio a Pripiat, ultimo avamposto raggiungibile prima di Chernobyl: vorrei vedere con i miei occhi la desolazione di quella città fantasma. Con questa attività provo, oltre a sensibilizzare su situazioni di emergenza, a stimolare la curiosità della gente: a luglio ho fatto una mostra con i miei lavori, ha avuto successo perché organizzata in una fabbrica abbandonata. Mi piacerebbe far capire che la fotografia è più bella se è stampata, preferisco vederla solida fra le mie mani: al giorno d’oggi, ormai - chiude -, se ci togliessero l’elettricità, perderemmo tanti nostri ricordi».
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