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Il “Malato immaginario” racconta ancora la società

di FABIO ZIOSI
Il “Malato immaginario” racconta ancora la società

FABIO ZIOSI. Un “doppio” classico torna in scena ed è sempre successo. Classico perché c’è la firma di Molière e anche perché è la riedizione dello spettacolo che trentacinque anni fa propose Franco...

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FABIO ZIOSI. Un “doppio” classico torna in scena ed è sempre successo. Classico perché c’è la firma di Molière e anche perché è la riedizione dello spettacolo che trentacinque anni fa propose Franco Parenti, con la regia di Andrèe Ruth Sammah e scene e costumi (veramente splendidi) di Gianmaurizio Fercioni; si potrebbe addirittura aggiungere un terzo “classico”, quello di Gioele Dix che l’altra sera al Comunale Abbado interpretava Argan, mentre con Parenti era il giovane innamorato Cleante. Insomma: evviva il classico se si presenta sempre con la freschezza e il ritmo che abbiamo visto l’altra sera con “Il malato immaginario” (si replica anche oggi).

Sin dall’inizio troviamo Argan-Dix seduto sulla sua torre d’avorio, un trono rosso dal quale non si separa quasi mai se non per andare in gabinetto per trovare un “meraviglioso” ristoro nell’attesa evacuazione, una delle attività che lo rendono sorridente e allegro per qualche minuto per poi tornare nella sua cupa ossessione della malattia.

Quale malattia? Quella inesistente che lo avvicina tanto a noi, malati immaginari della nostra società, dipendenti da medici e medicine (ma anche cellulari e tablet): Certo non ci sono più i salassi e gli innumerevoli clisteri ma le pillole - di qualsiasi tipo - ci governano ancora. C’è un modo per uscirne? Molière sembra indicarci la finta morte del finale come catarsi, per risorgere e nascere nuovamente svelando intrighi, tradimenti e conoscere chi veramente ci ama, o perlomeno ci rispetta.

Argan capisce quando accetta di ascoltare e di non essere più solo sulla sua “comoda” rossa a rotelle e diventi il medico di te stesso.

Il buon risultato di questo “Malato immaginario” 2015 è dovuto ad un insieme di felici fattori.

Innanzitutto dalla coppia Dix-Anna Dalla Rosa, dove la brava attrice è Tonina la cameriera-infermiera/padrona, l’unica che cerca di contrastare le paranoie di Argan. Tanto Argan è fermo sulla sedia tanto lei è in continuo movimento col suo costume che ricorda le suore travolgenti disegnate da Milo Manara.

C'è poi un manipolo di vecchi e giovani attori che sono tutt’altro che un riempitivo, dai ciarlatani papà e figlio Purgon (esilarante tutta le scena della presentazione alla famiglia di Francesco Brandi), alla moglie Linda Gennari e via via tutti gli altri.

Meritano un posto particolare le collaudate scene, una sorta di “cubo” nero trasparente, essenziali nell’accompagnare il racconto, e i costumi nei colori sgargianti del fratello di Argan o nel bianco abbagliante del malato, o il bianco e nero dei medici e di Tonina.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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