La poesia universale in pillole grazie alla “Voce in verticale”
Il critico e scrittore Siti oggi alla libreria Ibs+Libraccio a confronto con i lettori «I giovani usano spesso parole in rima per comunicare le loro emozioni»
Ad inaugurare la rassegna “Se una domenica d'inverno uno scrittore…”, alle 17 di oggi, alla libreria Ibs+Libraccio, sarà il critico e scrittore Walter Siti con La voce verticale (Rizzoli), un’originale raccolta di pillole sulla poesia universale.
Perché c'è ancora bisogno di poesia?
«Che ci sia bisogno di poesia è lampante in un momento in cui le collane dedicate al genere falliscono e i grandi editori la guardano con sfiducia. I giovani usano spesso parole in rima, e penso al rap o a certe cadenze sui social, per comunicare le emozioni. I ragazzi ne hanno un bisogno travolgente, inestirpabile, mancando però degli strumenti».
Che senso ha promuovere letteratura immortale su un quotidiano che ha le ore contate?
«La contraddizione è evidente ed è la ragione per cui ne abbiamo fatto un libro con Rizzoli, per evitare che la rubrica andasse perduta. In fondo, questo tipo di divulgazione mi pareva che su un giornale “militante” andasse bene perché la poesia, se letta con attenzione, mostra come la parola possa avere più dimensioni. E Repubblica è stata coraggiosa a lasciare spazio al suo opposto sostanziale. Adesso domina un verbo giornalistico, per necessità unidimensionale, nel quale l’ambiguità è considerata soltanto un difetto (politico) e non una ricchezza espressiva».
Cosa intende con poesia “vera” e, invece, quando non lo sarebbe?
«Credo sia importante riuscire a insegnare ai ragazzi che cosa è bello e che cosa è brutto in letteratura; sebbene in tanti lo giudichino un approccio autoritario. Gli esperti, al di là dei talent show televisivi che manifestano argomentazioni “di pancia”, hanno il dovere di individuare lo spessore di un testo, le sue valenze, la libertà da stereotipi di cui siamo saturi e di farne affiorare sulla superficie i valori profondi».
Per arrivare al lettore la poesia ha dei vantaggi rispetto alla prosa?
«Giusto uno: si può imparare comodamente a memoria, ma un romanzo no. Questa sua capacità sintetica è un dato unico. Per il resto, si tratta di due modi diversi di scrivere: tra Dostoevskij e Baudelaire non si può scegliere. La prosa inventa una realtà fittizia che assomiglia alla nostra, ma che alla fine si dimostra sempre più coerente; mentre la poesia va a scavare dentro le parole sino a svelare qualcosa di inaspettato».
L’immediatezza dei versi, che abbatte le barriere del tempo, l’ha aiutata a mettere a confronto passato e presente?
«Mi è piaciuto mostrare un ventaglio esteso di tipologie liriche, mostrare quanta escursione di possibilità poetiche ci fosse nei versi di tutti i tempi e paesi. Interessante è stato notare che poeti a distanza di secoli e di continenti avessero in comune gli stessi sentimenti».
Ha prediletto i poeti italiani per ovvie ragioni di lingua; ma quali varrebbe la pena leggere oggi?
«Ho scelto svariati italiani per evidenziare le sonorità e non perdere l’effetto metrico che spesso patisce la traduzione. Dei contemporanei mi sono limitato a De Angelis, poiché una volta pubblicato il primo, venivo tempestato da decine di persone che mi spedivano i loro libri a casa. Per cui è stata una sorta di legittima difesa. Comunque sia, mi è dispiaciuto non inserire alcunché di Patrizia Cavalli che stimo, come alcune liriche della Valduga. Oppure ce ne sono di recenti di Andrea Inglese che mi sembrano di valore».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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