«Gli scacchi materia a scuola Utili a visualizzare il futuro»
Oggi alle 17.30 all’Ibs+Libraccio Paolo Maurensig presenta il nuovo romanzo Il tema è sempre quello scacchistico: bianco-nero, ombra-luce, forte simbolismo
La penna che esordì con La variante di Lüneburg, Paolo Maurensig, firma la sua novità ancora con Adelphi, Teoria dell’ombra, che presenta oggi, alle 17.30, alla libreria Ibs+Libraccio. Tuttavia gli scacchi sono meno presenti che nella sua opera prima. Non se ne parla in maniera tecnica e non si descrivono partite, se non quella campale sul terrazzo di un albergo. Ma si conserva la tensione, l’attesa della disputa con l’avversario, magari fatale. Non è un libro scritto per gli scacchisti, ma per chi non gioca e può imparare qualcosa sulla loro storia nel Novecento. Furono, infatti, un sostituto fondamentale degli scontri nella guerra fredda, quando le armi tacevano e si muovevano i pedoni.
L’apertura è importante tanto negli scacchi quanto in un romanzo?
«Certo, poi ce ne sono di più complesse e di più semplici - risponde l’autore -; in Teoria dell’ombra l’apertura spiega già tutto, quello che c’è di vero e di assodato. Dopodiché in un giallo si cerca di costruire l’insieme sino ad attribuire una possibile colpa a qualcuno».
A distanza di ventidue anni perché non ha ancora cambiato argomento?
«Ho un legame profondo con il mondo scacchistico. Dall’esordio con la “Variante” ne ho scritti altri sotto forma di biografia. Nel primo, tuttavia, era già accennato un tema che viene sviluppato in quest’ultimo libro. L’idea che gli scacchi fossero utilizzati al tempo del nazismo come propaganda antisemita: secondo il Reich, gli ariani giocavano bene e gli ebrei no».
E il campione Alekhine, il protagonista, nei suoi articoli ne fece un uso strumentale.
«Già, poiché si trovò a giocare nella Francia occupata e sotto la croce uncinata. La storia maestra, però, gli si ritorse contro, quando Parigi venne liberata ed i nazisti sconfitti; così egli fu costretto a emendarsi dalle proprie colpe».
In secoli di letteratura la partita a scacchi è spesso la trasposizione della lotta tra Bene e Male.
«È la prima metafora che sovviene, trattandosi di bianchi e neri, di ombra e luce. È la più spontanea a cominciare da una solida filmografia, basti pensare a Bergman ed alla sfida con la morte. Questo forte simbolismo fa sì che ciascuno intraveda qualcosa che va oltre la scacchiera, tanto da essere entrata nel linguaggio corrente: ‘trovarsi in stallo’ o ’fare la prima mossa’, ad esempio».
Che cosa raffigura in un noir la mossa del cavallo?
«È talmente bizzarra che tutto sommato caratterizza propriamente il gioco: senza i cavalli sarebbe piatto. Ed è ambigua poiché parte da una direzione per fermarsi a mezz’aria e finire dall’altra. Temperamento tipico dei romanzi noir e polizieschi, nel frangente in cui il lettore rapito dalle azioni del protagonista crede di perseguire una determinata strada, mentre la verità si scopre sempre diagonalmente».
Rispetto alla proposta di legge di introdurre gli scacchi nelle scuole, cosa ne pensa?
«Sono favorevole, perché può appassionare i giovani forse ancora di più delle varie playstation, che sviluppano soltanto i riflessi. Uno dei principali insegnamenti degli scacchi sta nella previsione di ciò che accadrà, ovvero insegnano a visualizzare i futuro. Si attiva l’intelligenza abituata a gestire il pericolo, quindi a salvaguardarsi. Con l’avvento del pc - conclude - è diventato più affine alla loro impostazione mentale, potendo sfidare avversari da tutto il mondo attraverso il web, gestendo il tempo tramite uno schermo».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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