I segreti di bellezza delle donne di casa d’Este
Il Rinascimento segna il ritorno alla cura del corpo I profumi di Isabella e la “tinta” bionda di Lucrezia Borgia
di FRANCESCO SCAFURI
Qualche mese fa, in occasione di un convegno, ebbi l'onore di condividere il tavolo dei relatori con insigni docenti della nostra Università come Stefano Manfredini e Silvia Vertuani, insieme a Gianluca Lodi (medico e storico della sanità ferrarese). Durante l'incontro, dal titolo "Cosmesi e i luoghi della bellezza al tempo degli Estensi e oggi", mi occupai di alcuni specifici aspetti storici.
Innanzitutto occorre ricordare che, tutto sommato, la cultura del Medioevo aveva dimostrato di temere in qualche modo la bellezza femminile e la sua influenza sugli uomini, sia pure con diverse eccezioni. Il Rinascimento, invece, attribuì un valore nuovo e positivo sia alla bellezza sia alla cosmesi.
Secondo alcuni studiosi, infatti, in questo periodo forse più che in altri, si riscontra il fiorire dei trattati dedicati ai temi in questione; venivano compilati da farmacisti, medici, trattatisti e non solo, alla ricerca di quell'ideale di splendore fisico femminile che vedeva spesso la donna con lunghi e folti capelli biondi (da qui l'elaborazione di diverse ricette per tinture), fronte spaziosa, occhi neri, ciglia nere, così come le sottili sopracciglia, e naso piccolo. Le mani, ma soprattutto le guance si preferivano bianche, luminose e candide come il latte; mentre le labbra, rosate, o al più rosse, dovevano incorniciare denti bianchi come l'avorio. Altrettanto candido doveva essere il petto. In generale, la carnagione chiara era dunque quella preferita, a imitazione delle ammiratissime sculture marmoree classiche (caratterizzate a volte da una doratura dei capelli): una carnagione candida connotava un elevato stato sociale, quello della classe dirigente, per contrasto la pelle scura era la caratteristica della gente comune.
. Caterina Sforza, Isabella d'Este e Lucrezia Borgia.
Caterina Sforza, signora di Forlì nella seconda metà del XV secolo, era una donna di grande personalità e bellezza. Però oggi vogliamo ricordare Caterina per le 454 ricette dei suoi “experimenti”, che riguardano tra l'altro la medicina e la chimica, ma ben sessanta sono relative proprio ai cosmetici usati per “lisciarsi” (come si diceva allora), cioè per curare l'estetica del volto e in generale la bellezza della pelle e dei capelli. I principi estetici fondamentali relativi al gentil sesso cui Caterina si ispirava erano quelli già citati, cioè gli stessi ai quali si faceva riferimento in Francia, in Spagna, in Germania o in Inghilterra, oltre che nella nostra penisola. Sono diverse le sue ricette a base di vari ingredienti proprio per far “bella la faccia” e rendere la pelle chiara e soda. Una di queste viene ripresa da Giovan Ventura Rosetti nel suo libro sull'arte dei profumi, pubblicato a Venezia nel 1555, quando ci parla di “un'acqua mirabile per donna”, ottima per lavare il viso, le mani e tutta la persona, da usare due o tre volte la settimana, poiché “fa la carne giovinetta, et mantiene in sanità chi se laverà con quest'acqua”. Tutto ciò ci dimostra che, anche se il concetto di igiene personale era di là da venire, si faceva strada la convinzione che il miglioramento dell'aspetto esteriore, anche con l'aiuto della cosmesi, potesse riflettersi positivamente sulla salute.
Si tenga conto che nel corso del Rinascimento, con l'introduzione dei profumi a base alcolica, come l'acqua di rose o di altri fiori, si potevano avere a disposizione degli efficaci antisettici, da utilizzare anche nei casi in cui occorreva disperdere gli odori corporali sgradevoli, considerati potenzialmente nocivi. Inoltre, può essere utile ricordare che, opportunamente diluite, queste ed altre acque servivano per profumare persino grandi ambienti: a Ferrara, per esempio, il duca Ercole I d'Este nel 1499 aveva fatto profumare la Sala Grande del palazzo Ducale (oggi distrutta) dopo la rappresentazione di una commedia classica, l'Eunuchus di Terenzio, seguita da centinaia di persone. In molti casi le acque profumate erano preferite al sapone (a volte troppo alcalino o troppo caustico), di cui comunque pare che alla Corte estense si facesse un uso abbastanza frequente, e non solo per lavare i panni, poiché già nei primi decenni dopo la costruzione del Castello Estense (1385) troviamo nel fortilizio laboratori per la produzione di cera e sapone.
Come noto, Isabella d'Este (figlia di Ercole I d'Este e di Eleonora d'Aragona, nonché marchesa di Mantova) frequentava nella città lombarda un suo rinomato laboratorio di profumeria, dove creava varie miscele su una base di acqua di rose (come la rosa damascena o la rosa rossa di maggio), oppure a base di acqua nanfa (dal nome arabo), che si ottiene dalla distillazione dei fiori di arancio. A queste acque, secondo la studiosa Daniela Pizzigalli, Isabella aggiungeva i più diversi ingredienti provenienti dalle nostre zone e dai giardini rinascimentali come la menta o la maggiorana, insieme ad altri componenti decisamente esotici come l'ambra, il muschio indonesiano, il balsamo egiziano, l'incenso arabo e l'aloe indiano. Alcuni profumi di Isabella d'Este erano considerati così preziosi, che ne faceva dono persino alla regina di Francia. Oltre a ciò, la marchesa di Mantova sperimentò anche cosmetici per le unghie e tinture per capelli, per non dimenticare che, la smania di apparire sempre bella e di rivaleggiare con altre celebri dame come Lucrezia Borgia, indusse Isabella (soprattutto con l'avanzare dell'età) a imbellettarsi fino all'eccesso, oggi diremmo a truccarsi con l'uso eccessivo di cosmetici. Da tutto questo si evince che la realizzazione di prodotti cosmetici e profumi era considerata un'attività avvincente e prestigiosa, tanto da essere svolta persino da nobildonne di grande fama.
A proposito di Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara dal 1505 fino al 1519, ancora oggi possiamo osservare nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano, all'interno di una preziosa teca, una sua ciocca di capelli, ammiratissima da Lord George Gordon Byron (1788-1824) e Gabriele D'Annunzio; occorre dire, però, che la bellissima Lucrezia nelle sue stanze del Castel Vecchio (Castello Estense) probabilmente faceva uso di acque a base di sostanze naturali per rendere bionda la sua chioma leggendaria. Inoltre, apprendiamo dalla biografa Sarah Bradford che il viaggio del gennaio 1502 da Roma a Ferrara intrapreso dalla celebre figlia del papa, novella sposa del duca Alfonso I d'Este, si prolungò moltissimo, anche a causa di alcune soste, perché Lucrezia amava lavarsi spesso i capelli, operazione che per molte nobildonne dell'epoca prevedeva alcuni trattamenti di bellezza, compresa la tintura.
I luoghi legati alla bellezza presso la Corte di Ferrara
Oggi, a evocare i luoghi quattro-cinquecenteschi di Ferrara deputati alla bellezza, rimane soltanto il "Camerino delle Duchesse" nel palazzo Ducale: uno scrigno prezioso, concepito secondo alcuni storici per Eleonora e Lucrezia d'Este (figlie del duca Ercole II), le quali qui si abbigliavano, si acconciavano, insomma, si facevano belle. Lo “stanzino”, riccamente decorato tra il 1555 e il 1560, è attribuito in gran parte a Cesare, Camillo e soprattutto Sebastiano Filippi (detto il Bastianino).
Eppure, erano diversi in epoca estense gli ambienti deputati al piacere e alla salute del corpo. Basti pensare ai bagni realizzati nella seconda metà del XV secolo per volere di Ercole I d'Este presso il Castello e nelle adiacenze del Giardino del Duca detto poi delle Duchesse (1481); quello vicino al giardino era dotato di stufa per scaldare l'acqua, poiché, come affermava il cronista del Quattrocento Ugo Caleffini, al duca piaceva “bagnarsi” spesso, e probabilmente anche alle nobildonne di Corte. In generale, l'acqua proveniva dal Po di Ferrara attraverso un complesso sistema idraulico, cui aveva lavorato pure Biagio Rossetti, però da alcuni documenti d'archivio, in parte pubblicati dallo storico Thomas Tuohy, si evince che nel 1493 venivano portate nel palazzo Ducale di Ferrara (per i bagni di Ercole) diverse botti di acque termali e fanghi provenienti dal padovano, in particolare da Abano e da San Bartolomeo nei Colli Euganei.
Erano noti, infatti, i benefici per il corpo a contatto con le acque e i fanghi termali, poiché favorivano tra l'altro la risoluzione di processi infiammatori cronici e di varie tipologie di dermatosi, con grandi benefici dal punto di vista estetico, soprattutto per le parti scoperte come il viso che, con il successivo utilizzo dei cosmetici, assumeva un aspetto particolarmente gradevole, essendo più liscio e luminoso.
I bagni presso la Corte estense erano dotati di vasche piuttosto grandi, con scalini per discendervi e panche per stare seduti, arricchiti da volte e da pareti di marmo decorate. Ambienti sontuosi e raffinati, dove ci si poteva rilassare tra calde acque termali e profumi inebrianti, tema quest'ultimo di cui mi occuperò in modo più ampio alla prossima occasione.
Bibliografia essenziale consultata: C. Menini, La cosmesi alla Corte estense in una raccolta di ricette della seconda metà del XVI secolo, Ferrara 1955; T. Tuohy, Herculean Ferrara. Ercole d'Este (1471-1505) and the invention of a ducal capital, Cambridge 1996; F. Fiumi e G. Tempesta, Gli "experimenti" di Caterina Sforza, in Caterina Sforza una donna del Cinquecento, Imola 2000, pp. 139-146; D. Pizzigalli, La signora del Rinascimento. Vita e splendori di Isabella d'Este alla Corte di Mantova, Milano 2001; M. A. Laughran, Oltre la pelle. I cosmetici e il loro uso, in Storia d'Italia, Annali 19. La Moda, a cura C. M. Belfanti e F. Giusberti, Torino 2003, pp. 43-82; U. Caleffini, Croniche 1471-1494, Ferrara 2006; G. Vigarello, Storia della bellezza. Il corpo e l'arte di abbellirsi dal Rinascimento a oggi, trad. di M. L'Erario, Roma 2007.
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